Politica

Stato di Palestina

Un orrore senza fine

15 ottobre 2023

L’operazione militare compiuta il 7 ottobre nel sud di Israele dalle brigate Ezzedine al-Qassam, il braccio armato del partito Hamas, ha causato la morte di 1200 persone e ne ha ferite 2700. Poche ore dopo, l’esercito di Netanyahu ha attaccato la Striscia di Gaza proclamando l’assedio totale di un territorio già vessato dal durissimo embargo in corso dal 2007. Le forniture di acqua, elettricità e generi alimentari sono state interrotte e secondo le autorità locali i bombardamenti hanno provocato finora 1.949 vittime e più di 6500 feriti, perlopiù civili.

Tra le macerie della Striscia di Gaza, ottobre 2023, Said Khatib/AFP, via Getty Images.

All’alba del 7 ottobre le brigate Ezzedine al-Qassam, il braccio armato del partito islamista Hamas, ha sferrato un attacco a sud di Israele via terra, mare e aria, con un lancio di razzi a lunga gittata senza precedenti. L’operazione ha causato la morte di 1200 persone e ne ha ferite 2700 (dati dell’11 ottobre) cogliendo di sorpresa uno degli eserciti più addestrati del mondo e seminando nella popolazione panico e disperazione.

“In pochi giorni gli israeliani hanno vissuto quello che i palestinesi vivono da decenni: incursioni militari, morte, crudeltà, bambini uccisi, corpi ammucchiati per strada, assedio, paura, ansia per i propri cari, prigionia, vendetta, fuoco indiscriminato, distruzione di edifici, vacanze o feste rovinate, impotenza di fronte a uomini armati e umiliazione”, ha commentato la giornalista israeliana Amira Hass sul quotidiano Haaretz. “Ve l’avevamo detto. L’oppressione e l’ingiustizia esplodono in momenti e luoghi inaspettati. Lo spargimento di sangue non conosce confini. Il mondo si è improvvisamente capovolto e l’incubo quotidiano dei palestinesi ha mandato in frantumi la facciata di normalità che ha caratterizzato la vita di Israele per decenni”.

Poco dopo l’incursione, il governo di Tel Aviv ha annunciato l’operazione “Spade d’Acciaio”: le forniture di acqua, elettricità e generi alimentari della Striscia di Gaza sono state tagliate e l’intero territorio è stato dichiarato sotto assedio. L’azione, aspramente condannata dall’Onu perché viola il diritto internazionale, ha finora causato la morte di 1949 persone, perlopiù civili, oltre 6500 feriti e ha raso al suolo interi quartieri.

Mohammed Deif, il comandate delle brigate Ezzedine al Qassam, ha chiamato l’operazione militare nel sud di Israele “Diluvio di Al Aqsa” in riferimento alla Spianata delle moschee a Gerusalemme, terzo luogo santo dell’islam di cui Hamas si proclama protettore. Fonte: Al Majalla.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha fatto bombardare anche il valico di frontiera di Rafah con l’Egitto, rendendolo inagibile. Nei giorni scorsi si sono verificati numerosi scontri al confine con il Libano tra i soldati israeliani e gli Hezbollah e alcuni razzi hanno raggiunto anche la Siria. Nelle ultime ore i raid aerei di Tel Aviv hanno colpito gli aeroporti di Damasco e di Aleppo, mirando probabilmente ad alcuni depositi di armi inviate dall’Iran ad Hamas.

 

Il 13 ottobre Netanyahu ha intimato, inoltre, “l’evacuazione di tutti i civili dalla città di Gaza per la loro sicurezza e protezione”. L’Onu ha chiesto di ritirare l’ordine “per evitare che una situazione già tragica si trasformi in calamità” e le ONG Actionaid e Terre des Hommes hanno diffuso appelli contro il provvedimento. Intanto, anche l’UNRWA, l’ufficio Onu per i rifugiati palestinesi, ha lasciato la sede di Gaza City trasferendosi più a sud.

Nella Striscia vivono oltre 2 milioni di persone ammassate le une sulle altre in appena 360 chilometri quadrati. Il tasso di povertà è al 62 per cento e quello di disoccupazione al 47 per cento. L’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica anche in periodi “normali” arriva fino a 12 ore al giorno, il 78 per cento dell’acqua non è potabile e circa 275mila famiglie sopravvivono esclusivamente grazie ai sussidi del Programma Alimentare Mondiale. 

Gli abusi di potere e le aggressioni militari israeliane sono all’ordine del giorno e rendono le condizioni di vita della popolazione sempre più precarie ed esasperanti. Dall’ascesa politica di Hamas, infatti, tutti i governi che si sono succeduti a Tel Aviv hanno continuamente attaccato Gaza senza aver mai subito, prima d’ora, specifiche aggressioni da parte dei miliziani del partito.

 

Nel 2006 venivano portate a termine le operazioni Piogge Estive e Nuvole d’Autunno, nel 2008 Inverno Caldo, nel 2009 Piombo Fuso, nel 2012 Colonne di Nuvole, nel 2014 Margine Protettivo. A queste campagne su larga scala si aggiungono, poi, i numerosissimi eventi di minor entità: tra gennaio e settembre 2023 sono morti 250 palestinesi per mano delle forze di occupazione.

Una mappa pubblicata dal sito Le Grand Continent ha individuato finora tre tipi di reazioni: i paesi occidentali condannano l’attacco e sostengono Israele, e a questi si aggiungono altri stati come l’India e il Kenya; una piccola minoranza di governi difende Hamas mentre la stragrande maggioranza si dichiara neutrale, limitandosi a scongiurare un’ulteriore escalation del conflitto.

“Quello che Hamas voleva ottenere non è un segreto: voleva vendicarsi e punire Israele per l’occupazione, per gli insediamenti illegali e la profanazione di simboli religiosi palestinesi, in particolare la moschea Al Aqsa a Gerusalemme”, spiega su Al Jazeera l’analista Marwan Bishara. “C’era poi il desiderio di colpire la normalizzazione dei rapporti tra Israele e il mondo arabo, che ha accettato  il regime di apartheid instaurato da Tel Aviv. Infine, voleva garantirsi uno scambio di prigionieri, come quello con cui è stato rilasciato Yahya al Sinwar, il leader di Hamas nella Striscia di Gaza che ha trascorso più di vent’anni in una prigione israeliana”. 

Ma il partito eletto nel 2006, che dal 2007 ha preso con la forza il controllo del territorio, non va confuso in alcun modo con la popolazione gazawi, né bisogna incolpare quest’ultima delle atrocità commesse dagli estremisti islamici. L’attacco del 7 ottobre scorso non aiuterà in alcun modo la causa palestinese e a pagarne le conseguenze peggiori è come sempre la società civile, già vessata dal durissimo embargo in corso dal 2007.

Il feroce attacco sferrato dai guerriglieri contro civili inermi è a tutti gli effetti un atto terroristico e un atroce crimine contro l’umanità che merita una condanna unanime da parte della comunità internazionale. 

Le violente rappresaglie del governo di Tel Aviv devono, però, suscitare una reazione altrettanto ferma da parte dell’opinione pubblica e dei governi mondiali. Lo stato israeliano si sta macchiando ancora una volta di crimini pesantissimi ed efferati che sono in tutto e per tutto equiparabili a quelli subiti per mano delle brigate Ezzedine al-Qassam. L’aggravante è che, in questo caso, non si tratta delle azioni violente di piccoli gruppi radicalizzati, bensì di strategie sistematiche e consolidate al punto da essere parte integrante della politica di violenta occupazione territoriale di quella che tuttora si definisce “l’unica democrazia del Medio Oriente”, con il benestare degli Stati Uniti e dell’Unione europea.

 

A cinquant’anni esatti dalla guerra dello Yom Kippur (6-25 ottobre 1973), si apre un ennesimo, macabro capitolo di un conflitto drammatico e sanguinoso a cui sembra impossibile porre fine e che rischia di inghiottire in una voragine l’intero scacchiere mediorientale con conseguenze inimmaginabili.