Arti visive
Italia - Tunisia
Le tavole di Takoua Ben Mohamed contro razzismo e islamofobia
8 gennaio 2022
Italiana di origine tunisina, con i suoi lavori combatte stereotipi culturali e discriminazioni sociali promuovendo il dialogo e i diritti umani, con particolare sensibilità per le tematiche di genere.
Co-fondatrice di una casa di produzione cinematografica, autrice di molte graphic novel e del documentario “Hijab style” per Al-Jazeera, nel 2019 ha vinto lo European Journalism Prize come miglior graphic journalist. Da poco trentenne, ha appena ricevuto il titolo di “Most powerful women 2021” e la nomina a “donna dell’anno” dal settimanale D.
Con occhi vispi e un sorriso accogliente a illuminarle il viso incorniciato da un morbido hijab, Takoua arriva trafelata ma in perfetto orario, nonostante la pioggia battente abbia trasformato Roma nel solito caotico pantano.
Una città non facile e piena di contraddizioni, ma che io sento casa. Del resto, mi ha accolta e cresciuta come una seconda mamma sin dal mio arrivo in Italia, a otto anni, racconta.
Nata in Tunisia nel 1991, trascorre la prima infanzia a Douz, un piccolo villaggio del sud, tra l’oasi dei nonni, lo sconfinato deserto e le notti stellate piene di silenzio e magia.
Vivevo con mia madre e cinque fratelli perché mio padre, insegnante e attivista per i diritti umani, fuggì poco dopo la mia nascita, ricercato dal regime di Ben Ali.
Supportata da una fitta rete di parenti, la famiglia per anni resiste alle pesanti minacce e alle continue irruzioni della polizia sulle tracce di quell’uomo, prima esule in Sudan e poi rifugiato politico in Italia.
Nella graphic novel La rivoluzione dei gelsomini (BeccoGiallo, 2018) Takoua ricompone i tasselli della memoria familiare nel più ampio affresco degli anni bui della dittatura tunisina.
Sono legata a tutti i miei lavori, ma con questo ho un rapporto particolare, spiega. Per realizzarlo ho impiegato tre anni ed è stato forse l’unico libro che ho fatto più per me che per gli altri. Non conoscevo la mia storia e avevo bisogno di capire chi fossi veramente. I miei genitori mi hanno raccontato moltissime cose e negli archivi ho trovato foto, lettere, libri, video e giornali dell’epoca, raccogliendo testimonianze di parenti e amici su fatti fino ad allora censurati. È stato difficilissimo scegliere cosa scrivere e cosa no: volevo testimoniare quegli eventi rispettando la privacy delle persone direttamente coinvolte.
Potenti figure femminili
Con stile fresco e originale, dalle sue pagine emergono potenti figure femminili capaci di ribellarsi con determinazione ai soprusi, alla censura e alle atroci torture di un sistema sempre più corrotto e brutale. Represse come attiviste o perseguitate perché vicine ai dissidenti, le donne sono state le grandi protagoniste di una rivoluzione invisibile e silenziosa ma raramente entrano a far parte della grande narrazione della storia.
Takoua Ben Mohamed vuole raccontarle, partendo dalla madre, “una semplice casalinga di estrazione borghese” che con dolcezza e coraggio ha sempre difeso la libertà e la dignità proprie e dei suoi figli. Ci sono, poi, l’amorevole nonna paterna e la giovane zia, brillante studente sostenitrice dei sindacati universitari, che pur portando il velo, vietato dal 1981, è oggi plurilaureata e gestisce una fiorente attività imprenditoriale.
Sono stati riferimenti fondamentali della mia infanzia e insieme alle altre migliaia di donne che si sono opposte al regime hanno contribuito in modo determinante al suo crollo, portando il seme della metamorfosi e del cambiamento, aggiunge.
Arrivata in Italia per il ricongiungimento familiare, la piccola Takoua incontra finalmente il padre dopo anni di dolorosa lontananza.
L’impatto è stato traumatico: di lui non avevamo neanche una fotografia perché la polizia aveva sequestrato tutto. Non lo avrei mai immaginato bianco con gli occhi verdi e non scuro, come me e la mamma!
Il primo anno di scuola è per lei particolarmente duro, ma riesce a vincere la timidezza trasformando fogli e matite in incredibili strumenti di integrazione.
Conoscevo solo l’alfabeto arabo e il disegno era l’unico mezzo di comunicazione con i compagni e con le maestre: per chiedere di andare in bagno raffiguravo un WC ed ero capita al volo!
Dopo un breve periodo in un paesino vicino Roma, con vicini “premurosi come i parenti di Douz”, nel 2001 la famiglia approda nella caotica periferia metropolitana. A soli 10 anni Takoua comincia il volontariato alla moschea di Centocelle e partecipa alle prime manifestazioni sui diritti umani insieme ai genitori, che hanno sempre continuato a fare attivismo.
Avevo una doppia vita : nel mondo scoprivo storie interessanti che raccontavo nei miei primi fumetti, tenuti ben nascosti in un cassetto, mentre a scuola non era facile integrarmi ed ero considerata un’allieva senza speranza, ricorda.
Cinema d'animazione
Takoua cresce guardando i cartoni animati giapponesi e in particolare quelli dello Studio Ghibli, fondato da Isao Takata e Hayao Miyazaki, che ispireranno moltissimo il suo futuro lavoro.
Faticavo, invece, a immedesimarmi nelle eroine Disney, a parte Mulan, forse perché non era bianca né una principessa ma una guerriera decisamente diversa dalle altre, aggiunge sorridendo.
Dopo la laurea in cinema d’animazione alla Nemo Academy of Digital Arts di Firenze studia giornalismo a Roma e si dedica al graphic journalism prima ancora di sapere cosa fosse: “Ho scoperto che si trattava di un vero e proprio genere grazie al famosissimo Palestine di Joe Sacco”, racconta.
Mi affascinava la possibilità di usare il fumetto per sensibilizzare su temi così delicati tutte le fasce d’età, ma purtroppo è un ambito molto maschilista: ancora si pensa che un’autrice tratti solo questioni femminili o storie romantiche, come se l’impegno politico e sociale non ci interessasse!
Eppure, i diritti umani sono da sempre al centro dei progetti di Takoua, come in Un’altra via per la Cambogia (2020), nato dalla collaborazione con l’Ong italiana WeWorld, che denuncia i circuiti di sfruttamento lavorativo, prostituzione e schiavismo nei quali finiscono migliaia di migranti tentando di oltrepassare la frontiera.
Il suo ultimo libro, Il mio migliore amico è fascista (Rizzoli, 2021), racconta il turbolento rapporto di amore e odio con il compagno di banco dell’adolescenza, tra pregiudizi e stereotipi culturali all’indomani dell’11 settembre.
“Per reazione scelsi di indossare il velo, benché avessi solo 12 anni”, ricorda. “I miei genitori e le mie sorelle, che hanno cominciato a portarlo da grandi, me lo sconsigliarono, temendo che ostacolasse l’integrazione esponendomi a offese difficili da gestire a quell’età. Allora come ora per me rappresenta un importante simbolo di libertà e autodeterminazione, malgrado venga spesso frainteso e strumentalizzato: la mia professoressa di matematica delle medie lo considerava un segno di inaccettabile sottomissione e cercò in ogni modo di dissuadermi. Ancora oggi devo continuamente spiegare questa scelta, pur essendo per me molto spirituale, intima e personale, e spesso nei dibattiti sulla libertà delle donne arabe alcune femministe sostengono che l’hijab limiti la mia libertà. Anche io mi considero femminista, pur non identificandomi in nessuna corrente, e ribatto dicendo che per me indossarlo significa proprio non permettere a nessuno di condizionare i miei comportamenti ! Certo, in alcuni paesi il suo significato è distorto da una legislatura maschilista che nega i diritti delle donne, come in Afghanistan. Ma questo non ha nulla a che fare con la religione ma con la politica e con le sue pericolose derive autoritarie”.
La ricercha d'identità
In Sotto il velo, (Becco Giallo, 2016), Takoua descrive episodi di ordinaria discriminazione con intelligente ironia, tra considerazioni sullo stile e divertite risposte alle “assurde” domande che riceve, evidenziando le radicate tendenze islamofobiche del paese
La ricerca identitaria è come un filo rosso che attraversa tutti i suoi lavori, nel costante tentativo di rispondere all’emblematica domanda: “chi sono io?” Per alcuni è una “scrittrice migrante”, per altri una fumettista delle “seconde generazioni” ma lei non si riconosce in nessuna etichetta e preferisce evitare banali semplificazioni.
“Per i bianchi sono nera e per i neri sono bianca. In Italia sono la tunisina, in Tunisia l’italiana… sono tutto e niente” commenta, citando i testi di Cheb Khaled, pioniere del genere Ray algerino, che usa la parola ghorba per descrivere la dolorosa condizione di chi lascia il proprio paese senza mai sentirsi completamente a casa in quello di arrivo.
È una strana sospensione che non fa sentire radicati da nessuna parte, aggiunge.
Dopo cinque anni di estenuante attesa, a settembre Takoua ha finalmente ottenuto la cittadinanza italiana: “un percorso lungo e faticosissimo, ostacolato soprattutto dal fattore economico: la prefettura non esprimeva un parere positivo nei miei confronti e continuava a monitorare il mio reddito. Ma l’acquisizione della cittadinanza dovrebbe essere un diritto di tutti, non un privilegio riservato a chi può permetterselo! I miei passaporti rappresentano una possibile integrazione tra due delle mie tante identità”.
Illustrazioni di Takoua Ben Mohamed
Il sito web di Takoua
Il suo account Instagram.