Donne

Turchia

Le opere di Zehra Doğan dalle carceri turche

10 dicembre 2022

L’artista, attivista e giornalista curda ha scontato una pena di due anni e nove mesi nelle prigioni più dure del paese con l’accusa di propaganda terroristica per aver pubblicato su Twitter un disegno della città di Nusaybin distrutta dall’esercito di Erdoğan. Durante la reclusione ha realizzato numerosi dipinti usando come tele supporti di fortuna, materiali organici di recupero al posto dei colori e coinvolto le compagne di cella nel suo processo creativo. Doğan è anche l’autrice della prima Graphic novel scritta in una cella, “Prigione n.5”. Un lavoro intenso e coraggioso che rivendica libertà e giustizia per il suo popolo, in particolare per le donne, e denuncia le atrocità di un regime sempre più autoritario e repressivo.

Oeuvres de Zhera Doğan exposées à la Prometeo Gallery de Milan en 2021.

Corpi femminili prendono forma tra pennellate di colore, quasi riemergendo da una indistinta materia primordiale. A volte si stagliano solitari, più spesso si mescolano a quelli di altre figure creando un unico organismo vivente. Molti sono contorti, come tormentanti dal dolore fisico e psicologico, altri sembrano opporsi, potenti e fieri, alla sopraffazione e all’ingiustizia che l’autoritario regime turco cerca di imporre loro. Rivelano senza vergogna nudità e deformità, diventando talvolta brutali e grotteschi. Altri appaiono più proporzionati, ma comunque profondamente diversi dalle rappresentazioni stereotipate della donna che ammicca e compiace il desiderio maschile. Hanno occhi spalancati e ossessivi, oppure chiusi e sfuggenti, e spesso zampe di uccello al posto dei piedi, con cui provare a spiccare il volo per recuperare la libertà negata.

Sono le opere che la giornalista, attivista e artista curda Zehra Doğan ha realizzato nei lunghi mesi di prigionia. Arrestata nel 2017 con la pesante accusa di propaganda terroristica per aver pubblicato su Twitter un disegno di Nusaybin distrutta dall’esercito turco, ha scontato una pena di due anni, nove mesi e ventidue giorni di reclusione nelle carceri di Mardin, Tarso e Diyarbakir. La sua storia ha scosso profondamente l’opinione pubblica nazionale e internazionale indignando molti artisti: Banksy le ha dedicato un enorme murales a New York, sulla stessa parete che negli anni 80 aveva ospitato le opere di Keith Haring.

 Diplomata all’Accademia di Belle Arti, Doğan ha fatto fiorire la sua creatività grazie al sostegno delle compagne di cella, altre detenute politiche, attiviste e femministe curde di varie provenienze  ed età, la più anziana ultra ottantenne. Questo incessante lavoro collettivo è stato per loro una “lotta contro la pigrizia della reclusione” e una forma di resistenza e sostegno alla causa comune grazie a un costante arricchimento reciproco e all’elaborazione condivisa di un’esperienza profondamente traumatica e segnante.

 

Il disegno per cui Zehra è stata incarcerata raffigurante la presa della citta curda di Nusaybin da parte delle milizie turche e russe, da lei trasfigurate in scorpioni giganti. Courtesy: Prometeo-Gallery-Milano.

Come giornalista, già prima del suo arresto aveva scritto numerosi articoli di denuncia sugli scontri nelle città curde della Turchia e per il suo reportage sulle donne yazide nel 2015 vinse il prestigioso premio Metin Göktepe. Eppure, nessun progetto aveva scatenato così tanto la furia del Sultano come quel dipinto, una rielaborazione grafica di una foto scattata da un soldato russo alla fine dell’assedio. “Sono castigata perché disegno. Sono convinta di poter cambiare le cose con il mio pennello”, scriverà in una lettera dal carcere1.

Non c’è bisogno di disturbare Freud, ma il perturbante contenuto nel messaggio visivo non può essere cancellato così facilmente come quello espresso con le parole. Non solo perché non necessita di traduzione (e non è poco) ma perché colpisce senza mediazioni, ha commentato in un’intervista Elettra Stamboulis, scrittrice, attivista e dirigente scolastico che ha curato la prima mostra di impianto critico a lei dedicata al museo di Santa Giulia a Brescia (2020).

 

“In memoria di Hevrin Khalaf” Performance di Zehra Doğan a Brescia, in occasione della sua mostra al Museo di Santa Giulia “Avremo anche giorni migliori – Zehra Doğan. Opere dalle carceri turche”, 23 novembre 2019. Hevrin Khalaf è stata una politica curda con cittadinanza siriana, segretaria generale del Future Syria Party, che ha rivestito ruoli importanti nella provincia autonoma del Rojava, prendendo parte anche ai negoziati con gli Stati Uniti. È stata uccisa da forze appoggiate dalla Turchia durante un’operazione militare contro le Forze Democratiche Siriane il 12 ottobre 2019.

In prigione, la sua produzione artistica diventa febbrile, malgrado i rigidi divieti. Al posto delle tele usa giornali, indumenti, asciugamani, lenzuola reperibili nella sua cella e come colori i materiali organici di recupero: caffè, curcuma, tè, cenere di sigaretta, succo di melograno, candeggina, escrementi di uccelli, terra, sangue mestruale.

 

“Stare in carcere è stato un privilegio”, ama ripetere Zehra. “Ho potuto dimostrare che la resistenza non si imprigiona”. I suoi lavori, simboli di lotta politica e di denuncia sociale intensa e potentissima, sono, infatti, riusciti a oltrepassare le sbarre e il filo spinato eludendo il controllo dei secondini e molti sono già stati esposti a Basilea, New York, Londra, Berlino, Milano e Brescia, oltre a luoghi di militanza politica in Medio Oriente e in Europa. Nel 2020 ArtReview l’ha inserita tra * 100 artist* più influenti al mondo.

Il murales realizzato da Bansky nel 2018 a New York che la ritrae con in mano la sua unica arma: una matita. Fonte: internet.

 Prigione n.5: la prima Graphic Novel realizzata in una cella

 

Il carcere di Amed a Diyarbakir, nel Kurdistan turco, è un luogo tristemente noto per la sistematica violazione dei diritti umani e per le atroci torture che dagli anni Ottanta a oggi hanno traumatizzato, ferito e portato alla morte centinaia di detenut* politic*, prevalentemente curd*. 

“[…] sotto la giunta di Kenan Evren, generale che aveva preso il potere (fu prima capo di stato maggiore delle forze armate e poi settimo presidente della Repubblica turca, tra il 1982 e il 1989, ndr), la prigione n.5 di Diyarbakir, quella di Mamak ad Ankara e quella di Metris a Istanbul diventano i più temuti luoghi di tortura”, leggiamo nel libro. 

In questi simboli della resistenza contro il nazionalismo turco, dove ogni materiale artistico è severamente proibito, Zehra scrive e disegna il suo fumetto “Prigione n.5” sul retro delle lettere ricevute dall’amica Naz-Öke, lasciato appositamente in bianco. È la prima Graphic novel realizzata in una prigione e per questo, oltre al grande valore artistico, rappresenta anche un importantissimo documento storico, specifica nella prefazione Elettra Stamboulis. Realizzato in stretta collaborazione con le sue compagne di prigionia, il lavoro è “evaso” pagina dopo pagina sottraendosi al sequestro grazie alle stesse persone che hanno consentito il diffondersi degli altri lavori.

 

Rinchiuse tra corridoi bui e dormitori sovraffollati, gelidi di inverno e soffocanti d’estate, dove “tutta la vita entra in un sacco della spazzatura”, Zehra e le sue compagne non cedono al vittimismo e alla depressione e si supportano a vicenda nei momenti più difficili. Non mancano, però, gli attimi di leggerezza che rendono la loro vita dietro le sbarre più tollerabile. La giornata è scandita da ritmi regolari, tra turni per le pulizie dei fatiscenti spazi comuni, pasti condivisi, attimi di riposo, studio e condivisione delle poche letture sfuggite alle perquisizioni, fino ai canti e ai racconti serali attorno all’immancabile chai.

 

Una di loro tiene settimanalmente corsi in curdo scrivendo su uno specchio con i trucchi a disposizione, un’altra si occupa mensilmente della rassegna stampa estrapolata dai pochi giornali concessi, alcune organizzano giochi con il pallone, l’appuntamento più atteso. 

Ci è voluto un mese per abituarsi, perché svanissero tutte le preoccupazioni, perché questo sistema maschilista oppressivo si volatizzasse sotto le risate delle donne. In galera tutto si sistema con la sorellanza. Con le mie compagne di sventura ritrovo la gioia e ormai avrò sempre di che sorridere, appunta l’autrice in una tavola. 

Detenute curde leggono i giornali e condividono opinioni sull’attualità politica. Immagine tratta da: “Prigione n.5” di Zehra Doğan.

Anche se il vissuto narrato è estremamente drammatico, nelle sue parole non c’è mai traccia di vittimismo o di autocommiserazione: “Non capisco perché veniamo gettati in prigione”, scrive. “Ne usciamo ancora più forti”. In effetti la detenzione diventa per lei un’occasione preziosa di crescita e confronto e rafforza quei valori democratici e femministi di cui la lotta per l’emancipazione del popolo curdo si fa da sempre portavoce.

 

“L’assertività del percorso artistico di Zehra e delle altre si basa su un presupposto ideologico importante, che viene ripreso anche in questa Graphic Memoir, ovvero la gineologia (in curdo jineolojî), messa a punto dal prigioniero politico zero dell’odierno regime turco, Öcalan”, prosegue Stamboulis. “Nel testo Liberare la vita – La rivoluzione delle donne pubblicato in inglese nel 2013, che comprende suoi testi precedenti al rapimento e all’arresto del 1999, l’ideologo curdo analizzava il processo antropologico che ha portato alla costruzione del patriarcato, riflettendo sull’esperienza socialista e sui suoi limiti rispetto ai processi liberatori, facendolo concludere che senza un processo completo di liberazione del femminile la libertà non può essere conseguita pienamente”.

 

Zehra è, infatti, innanzitutto una femminista e con la sua arte sostiene le sorelle in rivolta dopo l’uccisione di Jîna Mahsa Amini, la 22enne curda arrestata a Teheran il 13 settembre scorso dalla polizia religiosa e deceduta dopo tre giorni di coma a seguito delle violenze subite.

 

Il 15 ottobre a Berlino, città dove attualmente vive come esiliata politica, ha cosparso il cancello dell’ambasciata iraniana con una manciata di henné, sangue mestruale e capelli. Lo stesso giorno ha pubblicato sui social un video in cui scrive “Jin, Jîyan, Azadî” (“donne, vita, libertà”) usando del sangue mestruale, simbolo della potenza del corpo femminile e della lotta per la liberazione delle donne, non solo in Medio Oriente.


“Ecco perché pratico la mia arte con i capelli e con il sangue. Voglio dire ‘sono qui’, ‘siamo qui’, con la mia femminilità contro lo stato maschile che opprime le donne tenendole per i capelli”, ha dichiarato poco dopo in un’intervista.

 

Sito: www.zehradogan.net   

Facebook: https://www.facebook.com/freezehradogan/

Twitter: @zehradoganjinha https://twitter.com/zehradoganjinha

 

1 Reporter Without Borders colloca la Turchia al 149esimo posto su 180 per libertà di stampa e riferisce che nel paese 9 giornalist* sono attualmente in carcere. In vista delle elezioni del 2023, Recep Tayyip Erdoğan ha intensificato i suoi attacchi ai media nel tentativo di distogliere l'attenzione dal declino economico e democratico in atto e allargare la base del consenso. Il 4 ottobre scorso il suo partito e quello del movimento nazionalista (MHP) hanno presentato un disegno di legge su disinformazione e fake news che inasprisce le pene per i professionisti accusati dal governo “di aver pubblicato contenuti falsi volti a istigare paura o panico, mettere in pericolo la sicurezza interna o esterna del paese, l'ordine e la salute pubblica”. Numerose associazioni in difesa dei diritti umani e alcuni osservatori internazionali per la libertà di stampa sostengono che questo provvedimento legittimi la censura online e la criminalizzazione del giornalismo, rafforzando ulteriormente il controllo del governo sul dibattito pubblico in campagna elettorale.