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LGBTQIA+ in Italia : tra discriminazione e strumentalizzazione

30 ottobre 2021

Con 154 voti contrari, 131 a favore e due astensioni, il 27 ottobre il Senato ha interrotto definitivamente l’iter legislativo del “disegno di legge Zan” che, malgrado i suoi limiti, è stato il primo concreto tentativo di adeguamento normativo del nostro codice penale alle direttive europee in materia di omolesbotransfobia. Eppure, nel paese il fenomeno è molto diffuso e sempre più preoccupante, con frequenti aggressioni e inaccettabili disparità. Si tratta di una dolorosa sconfitta politica e soprattutto sociale perché negare i diritti a una parte della comunità impoverisce tuttə.

Dopo circa due anni di riscritture, emendamenti, accese discussioni e lunghi periodi di riesame da parte delle commissioni, nel novembre 2020 la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge(ddl) “Zan”, dal nome dell’onorevole che ne è stato relatore.

 

Il testo estende ai reati di discriminazione per orientamento sessuale, identità di genere, abilismo1 e alla “violenza sulle donne in quanto donne” le pene previste per i crimini a sfondo razziale, etnico, nazionale e religioso dalla “legge Mancino” del 1993.

 

Il centrodestra si è subito opposto alla sua approvazione e alcune critiche sono arrivate anche da esponenti della sinistra e della comunità LGBTQIA+2 che lo considerano “pasticciato e ideologico”. Poco prima della sua discussione in Senato, fissata per luglio scorso, il Vaticano ne ha chiesto al governo una rimodulazione sostenendo che minacciasse i diritti garantiti ai cattolici dal Concordato3.

 

Tra i punti più controversi, la giornata nazionale contro l’omotransfobia istituita il 17 maggio, giorno in cui, nel 1990, l’Organizzazione mondiale della sanità eliminò l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. Benché il ddl consenta di aderirvi o meno, i più conservatori lo accusano di voler imporre nelle scuole la “teoria gender”, che ipotizza un complotto mondiale per la distruzione della “famiglia naturale” partendo dall’eliminazione delle differenze tra uomo e donna.

 

Con 154 voti contrari, 131 a favore e due astensioni, il 27 ottobre il Senato ne ha interrotto definitivamente l’iter legislativo con una procedura parlamentare chiamata “tagliola”, che consente di bloccare una legge senza esaminarne gli articoli. Lega e Fratelli d’Italia hanno chiesto, e ottenuto, lo scrutinio segreto e ai sostenitori del ddl sono mancati almeno 16 voti tra quelli previsti. Sarà possibile ripresentare il testo alle camere tra sei mesi ma l’intesa politica sembra ormai impossibile: questo stop potrebbe essere quello definitivo. La sera del 28 ottobre migliaia di persone sono scese nelle piazze italiane per protestare contro il suo affossamento. 

 

 Un pericoloso vuoto normativo

 

Nel 2004 il Parlamento europeo esortò gli stati membri ad adottare misure contro l’omostransfobia e nel 2011 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani espresse preoccupazione per le discriminazioni contro le comunità LGBTQIA+, includendo i loro diritti tra quelli umani nel 2016.

 

In Spagna il movente omofobico è un’aggravante nei crimini d’odio dal 1995, in Francia il reato di discriminazione include l’omofobia dal 2003, in Germania le violenze di genere sono punite più severamente di altre e in Svezia chi minaccia o disprezza omosessuali rischia 4 anni di carcere.

 

La Norvegia quest’anno celebra 40 anni di legge anti omofobia e anche Portogallo, Paesi Bassi, Danimarca, Regno Unito, Romania, Lituania, Irlanda, Islanda, Finlandia, Grecia, Lussemburgo e Austria hanno nel tempo adottato specifiche norme a riguardo.

 

Il ddl Zan rappresenta il primo concreto tentativo di adeguamento normativo del nostro codice penale, benché nel paese l’omolesbotransfobia sia un fenomeno molto diffuso e sempre più preoccupante.

 

Secondo il rapporto Rainbow Europe a chi appartiene a questa comunità sono riconosciuti il 23% dei diritti garantiti agli altri italiani. Il 62% non dichiara mai o mai completamente il proprio orientamento sessuale e non tiene per mano il partner in pubblico per paura di aggressioni, mentre il 92% pensa che il governo non conduca una lotta efficace contro l’intolleranza e il pregiudizio.

 

Tra il 2019 e il 2020 Arcigay, la più antica e ramificata associazione italiana per i diritti LGBTQIA+, ha censito 138 episodi di violenza, più della metà accaduti al nord dove l’hate speech di alcuni politici è spesso intriso di transfobia. I recenti lockdown hanno ovunque alimentato le aggressioni domestiche ma le cifre sono sottostimate perché molte vittime non sporgono denuncia.

 

I servizi di prima accoglienza, consulenza psicologica, sanitaria, legale e medica sono presenti in modo ancora molto disomogeneo sul territorio: più diffusi al centro-nord e quasi totalmente assenti al sud e nelle isole. Spesso chi intraprende il percorso di transizione deve spostarsi per trovare associazioni che facciano da “ponte” con le strutture ospedaliere abilitate.

 

Non sono omolesbotransfobic*, ma…

 

Le discriminazioni per l’orientamento sessuale e l’identità di genere possono talvolta assumere forme più subdole dell’esplicita aggressione verbale o fisica. Secondo uno studio condotto a Milano e a Roma da economisti della Cornell University, se il CV di un candidato suggerisce preferenze omosessuali, per esempio indicando tirocini in associazioni “arcobaleno”, la possibilità di essere richiamato per un colloquio cala del 30%. Una ricerca della European Union Agency for Fundamental Rights dimostra che una persona su tre è penalizzata per il fatto di essere trans quando cerca lavoro e una su quattro subisce discriminazioni in ufficio. Il 60% dei casi riguarda donne trans.

 

“Nell’immaginario collettivo, le trans sono una trasgressione, una perversione, esseri mitologici metà uomo e metà donna vogliose e ninfomani, moderne Baccanti atte a soddisfare se stesse e gli uomini in un circolo di perdizione”, scrive Enrica Scielzo, la consulente di immagine che ha raccontato la sua transizione in un blog. Contrariamente ai diffusi pregiudizi che le considerano destinate esclusivamente al mercato del sesso, spiega, molte ottengono grandi successi professionali.

Sono stati almeno 163 gli esponenti della comunità LGBTQIA+ ad aver preso parte a “Tokyo 2020”, rinominate per questo “le olimpiadi più arcobaleno di sempre”. Più del doppio rispetto all’edizione di Rio e 8 volte in più di quella di Londra, nel 2012, dove erano appena 23.

Le discriminazioni riguardano anche ambienti comunemente considerati “gay friendly”, racconta la designer siciliana Cori Amenta, stylist delle celebrities per un noto marchio italiano.

Finché ero gay andava tutto bene, ero considerata affascinante e glamour, ma misteriosamente dopo 2 mesi dalla mia operazione di mastoplastica sono stata licenziata in tronco. La motivazione è stata esubero di personale, anche se ero l’unica a fare il mio lavoro.

 Nella sua esperienza clinica trentennale, la psicoterapeuta Anna Rita Ravenna ha riscontrato frequenti casi di discriminazione professionale di matrice transfobica.

Molte persone che non avevano effettuato il cambio anagrafico mi riferivano di lunghi tirocini e mesi di prova prima di essere assunte ma, pur risultando abili e idonee per i ruoli richiesti ed essendo assolutamente conformi all’identità di genere con cui si presentavano, al momento della consegna dei documenti rimanevano puntualmente escluse.

Supervisore del SAIFIP, il Servizio per l’Adeguamento tra Identità Fisica e Identità Psichica dell’Ospedale San Camillo di Roma, Ravenna è stata una delle prime italiane a occuparsi di transizione.

Vivere nel modo che si ritiene più consono per sé non lede la libertà degli altri e non fa male a nessuno”, commenta. “Stigmatizzando, escludendo e aggredendo queste persone esprimiamo una nostra difficoltà personale e culturale a comprendere e accogliere una diversità che è parte integrante della ricchezza del mondo in cui viviamo. Quando la realtà si dimostra più complessa e diversa sono cultura e norma a doversi adeguare.

In natura, molte piante e animali hanno comportamenti non binari, ricorda Ravenna. E aggiunge: “In India, Indonesia, Messico, Tailandia, Borneo, Oman e presso i nativi americani i generi sono superiori a due e persino a Napoli sull’antico tempio di Cibele la Chiesa cattolica ha edificato il santuario della Madonna di Montevergine, protettrice dei femminielli”.

 

La gender archaeology ha recentemente confermato l’esistenza di persone gender fluid nelle civiltà più antiche, dimostrando quanto la catalogazione dei reperti abbia risentito dei pregiudizi sessisti dei ricercatori, prevalentemente maschi, bianchi ed eterosessuali.

 

L’importanza delle parole

 

Il linguaggio ha il potere di riflettere e plasmare atteggiamenti, comportamenti e percezioni di chi lo usa, veicolando bias cognitivi che rafforzano stereotipi e condizionamenti culturali. Definizioni offensive, imprecise o volutamente scorrette relativamente al genere contribuiscono a cristallizzare i ruoli sociali nella polarizzazione maschile/femminile, uomo/donna imposta dall’imperante binarismo.

Il simbolo fonetico ə, chiamato schwa, è ormai comunemente usato al posto della desinenza maschile per definire gruppi misti e di desinenze femminili e maschili per includere anche le persone non binarie, sostituendosi all’asterisco impiegato finora. Recentemente, i sistemi operativi Apple e Android lo hanno reso disponibile nelle tastiere dei loro dispositivi mobili.

Chi si identifica con il genere assegnato alla nascita è detto cisgender (al di qua del gender), contrariamente a chi si percepisce transgender (al di là). Chi non può, o non vuole, sottostare alla logica binaria è definito non binario, agender, gender fluid o queer, dall’inglese “strano, eccentrico”, che inizialmente indicava in modo dispregiativo le persone omosessuali e ora è da loro usato per autodefinirsi.

L’identità di genere non va confusa con l’orientamento sessuale: la prima si riferisce alla percezione soggettiva di sé mentre il secondo all’attrazione verso uno, l’altro o entrambi i sessi in ottica binaria, o verso persone transgender in tutte le diverse declinazioni”, chiarisce Ravenna. “Un’altra importante distinzione, che io manterrei, è tra transgender e transessuale, termine, quest’ultimo, che indica chi si sottopone a chirurgia per assumere i caratteri somatici dell’altro sesso.

 

La campagna pubblicitaria del Sorrento Pride 2019 al noto agrume simbolo di questo tratto di costa affiancava il detto “Magnate ‘ò limone”, diffusissimo nel dialetto locale. Letteralmente la frase significa “mangia il limone”, ma in senso figurato invita ad accettare ciò che ci disturba e che preferiremmo evitare per la sua “asprezza”. Un messaggio ironico ma profondo contro ogni forma di discriminazione, non solo quella di matrice omolesbotransfobica.

Un universo sconosciuto e frainteso

 

Da pochi decenni la medicina consente un ricongiungimento tra soma e psiche con interventi, trattamenti ormonali e appositi percorsi di supporto psicologico. “Fu la legge 164 del 1982 che rese l’Italia il terzo paese europeo a riconoscere giuridicamente rilevante la condizione della persona transessuale, dopo Svezia (1972) e Germania (1980)”, ricorda Ravenna. "Era un avanzamento normativo che non ci convinceva pienamente, eppure nessuno osò chiederne revisione per paura che la situazione involvesse invece di progredire".

 

Nel 1990 la Regione Lazio emanò la legge 59 che istituiva il SAIFIP, nato due anni dopo.

Il nostro intento, come psicologi, non era solo sostenere emotivamente la persona nel percorso di adeguamento tra identità fisica e psichica, o viceversa, quanto di aiutarla a integrare nella sua vita in trasformazione aspetti normalmente considerati autoescludenti in una prospettiva di autoaccoglimento innanzitutto. Era fondamentale comprendere la complessità di un universo perlopiù sconosciuto e spesso frainteso i cui infiniti incroci a livello di affettività e di pratiche sessuali ribaltavano completamente gli stereotipi del binarismo predominante.

All’estero esistevano già molte esperienze di ricerca e supporto, soprattutto in Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada. “C’erano situazioni analoghe anche in Germania” continua la terapeuta “dove si poteva chiedere un cambiamento anagrafico sui documenti senza dover affrontare l’iter chirurgico, cosa da noi impensabile persino oggi pur se, nel tempo, sono avvenuti significativi miglioramenti”.

 

L’obbligo di sottoporsi all’intervento per ottenere la rettifica legale è vissuto come un violento ricatto dalle persone trans, a meno che operarsi non sia una loro libera scelta. Per intraprendere il percorso, inoltre, è ancora necessaria una diagnosi di disforia di genere, ossia l’inclusione in una categoria patologica.

 

“Molte persone inizialmente rifiutavano il supporto psicoterapico, considerandolo uno stigma molto svalutante. Ma uscire dalla definizione di patologia rischiava di far chiudere l’accesso ai servizi pubblici”, spiega Ravenna.

Ottenemmo che il giudice della prima udienza, che autorizzava il trattamento ormonale sostitutivo (TOS) e l’asportazione chirurgica di organi biologicamente sani, si basasse sulle certificazioni esibite dalla persona senza l’intervento obbligatorio di un Consulente Tecnico di Ufficio, spesso impreparato, e che non chiedesse ulteriori accertamenti se la documentazione proveniva dal servizio pubblico specializzato. Non esisteva ancora un canale giudiziario dedicato a queste procedure ma spingemmo affinché se ne occupassero sempre gli stessi giudici, che nel tempo acquisirono specifiche competenze. L’iter, inizialmente molto lento e disarticolato, fu in parte semplificato da questi passaggi.

La prima ondata di “coming out” riguardava prevalentemente le donne biologiche, che effettuavano con più facilità il passaggio da una categoria comunemente considerata “debole” a una “forte” (FtM, da femminile a maschile), mentre oggi sono prevalenti gli interventi MtF (da maschile a femminile).

 

“Una delle principali difficoltà di queste persone è la solitudine che spesso sfocia in un dolorosissimo isolamento”, conclude Ravenna. Uno studio della National Library of Medicine conferma che il tasso di suicidi tra le persone transgender è più alto che nel resto della popolazione.

 

Verso un nuovo femminismo ?

 

Ne “Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà”, Jennifer Guerra critica la diffusa tendenza a escludere dal movimento le donne trans. Monopolizzato da bianche cisgender ed eterosessuali della middle class, scrive, il femminismo contemporaneo rischia di reiterare la stessa logica binaria del patriarcato che combatte.

 

L’approccio inclusivo è essenziale anche per la scrittrice e militante Rebecca Solnit, che sottolinea: “non puoi essere femminista se non sei a favore dei diritti umani di tutti e in particolare dei diritti umani delle altre donne”. La filosofa Judith Butler in un’intervista spiega :

La categoria femminile può cambiare e cambia, e abbiamo bisogno che sia così. Politicamente, garantire maggiori libertà alle donne implica ripensare la categoria delle donne per includervi anche queste nuove possibilità. Il significato storico del genere può cambiare e cambia, come le sue norme sono rievocate, rifiutate o ricreate. Quindi non dovremmo sorprenderci o contrariarci quando la categoria delle donne si espande per includere le donne trans.

Il 21 novembre si celebra il Transgender Day of Remembrance in memoria di tutte le vittime dell’omolesbotransfobia. Un’occasione preziosa per ricordare, parafrasando Orwell, che “o viviamo tuttə in modo dignitoso, oppure nessunə può farlo”.

1 Che riguarda la discriminazione nei confronti di persone diversamente abili.

2 L'acronyme LGBTQIA+ désigne toutes les personnes dont l'orientation sexuelle, l'identité et/ou l'expression de genre ou les caractéristiques anatomiques n'adhèrent pas aux normes du binarisme cis sexuel et de l'hétérosexualité, c'est-à-dire lesbiennes, gays, bisexuels, transgenres, queers, intersexes, asexuels. Le + inclut toute autre identité de genre et orientation sexuelle non hétérosexuelle et non binaire.

3  Un accordo che regola il rapporto tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica presente nei Patti Lateranensi siglati dal Vaticano con il governo fascista nel 1929, aggiornato nel 1984.

4 “Assigned female at birth” (AFAB) o “Assigned male at birth” (AMAB).