Donne
Italia
La rivoluzione della cura delle pastore italiane
11 gennaio 2022
Le donne che scelgono la vita tra i pascoli, da sole, in coppia o con famiglia al seguito, hanno tra i 20 e i 102 anni e livelli sociali e culturali molto diversificati. Ad accomunarle, il desiderio di un rapporto più rispettoso con gli animali e con l’ambiente e di uno stile di vita semplice ed essenziale. Con una narrazione intima e corale, un docu-film racconta le storie di queste coraggiose custodi di vita, simbolo di emancipazione e di libertà.
Foto di Anna Kauber.
Dalle Alpi all’Aspromonte, passando per le isole, sempre più donne salgono sulle Alte Terre dei pastori in cerca di indipendenza economica, realizzazione personale e riscatto sociale.
Hanno caratteri forti, sono capaci, intraprendenti e determinate nel portare avanti una “rivoluzione della cura” che propone un modello sociale, culturale ed economico alternativo allo sfruttamento indiscriminato del pianeta e alla produzione intensiva della logica capitalistica.
L’architetta paesaggista e documentarista Anna Kauber racconta le loro storie nel docu-film “In questo mondo” (2019), frutto di due anni di riprese,17mila chilometri di viaggio e 100 videointerviste, per un totale di circa 1000 ore di girato. “Le donne dell’appennino tosco-emiliano e dell’arco alpino hanno sempre praticato la pastorizia ma la storia ufficiale è patriarcale e di loro finora nessuno aveva mai parlato”, spiega.
Le 18 protagoniste di questa narrazione intima e corale hanno tra i 20 e i 102 anni e livelli sociali e culturali molto diversificati ma il comune desiderio di vivere in modo autentico ed essenziale, a stretto contatto con la natura.
A ogni latitudine e altitudine, queste donne sono state osteggiate dalle famiglie per la loro scelta. Alcune erano ingegnere, avvocate, matematiche che, stanche della città, hanno deciso di recuperare terreni abbandonati in alta quota e razze in via di estinzione creando filiere alimentari più virtuose ed etiche. Altre sono figlie di pastori e proseguono l’attività dei genitori apportandovi migliorie e innovazioni. “Nella cura amorevole degli animali, nella quieta regolarità delle attività quotidiane loro si sentono libere, un concetto che solitamente associamo al disimpegno. Pur faticando come matte tra mille difficoltà, hanno gli occhi traboccanti di felicità e meraviglia”.
Alcune hanno allevamenti in stati semi-bradi o da stalla, altre escono all’alba e rientrano dopo il tramonto. Maria Pia è una pastora vagante piemontese che di inverno segue gli animali sulle pianure del Po, d’estate è in alpeggio, fino a duemila metri di altezza, e nelle stagioni intermedie in Val di Sesia, dove l’erba è più tenera. Caterina suona il violino portando le pecore al pascolo tra le valli alpine e il Friuli. In Sardegna Efisia, malgrado l’età, non vuole lasciare il mestiere che le riempie il cuore di gioia mentre in Umbria Anne e Aste si emozionano davanti al mistero della vita ogni volta che nasce un agnellino. Insieme a loro ci sono Michela, Donatella, Rosetta, Gabriella, Anna, Maria, Marica, Lucia, Elia, Alessandra, Addolorata, Rosa, Brigida e Rosina e migliaia di capre e pecore, ciascuna con un nome proprio, che spesso fissano in macchina quasi mettendosi in posa, come a voler prender parte a questo racconto collettivo.
Foto di Anna Kauber.
“Con tutte si è stabilita una relazione di empatia e scambio profondo”, prosegue la regista. “Eravamo assolutamente alla pari, al di qua e al di là della telecamera. Ho adottato un approccio corale composto da diverse tessere narrative proprio perché questo è un film di tutte, non solo di chi compare nel montaggio finale, curato dalla bravissima Esmeralda Calabria. Considero questo progetto parte del cinema ecofemminista per il suo tributo alla sorellanza e anche perché per me la militanza è da sempre una fortissima fonte di ispirazione accanto alla ricerca della bellezza e all’amore per l’arte e per la natura”.
Sul dialogo umano, rarefatto, spontaneo e spesso non verbale, domina il suono in presa diretta. Al tintinnio dei campanelli si alternano i versi degli animali, il loro lento ruminare, lo scalpitio degli zoccoli, il rumore delle foglie calpestate, il suono della pioggia e del vento, tra paesaggi montani incontaminati di straordinaria potenza evocativa.
Premiato come miglior documentario italiano al 36esimo Torino Film Festival e all’ExtraDocFestival 2019, In questo mondo è stato proiettato in molte sale. “Alcune delle protagoniste si sono conosciute alle presentazioni del film, talvolta varcando i confini regionali per la prima volta in quell’occasione”.
Le criticità non mancano di certo, innanzitutto burocratiche ma anche economiche perché le pastore non sempre riescono a ottenere il giusto compenso dalla vendita dei loro prodotti. “Abituate agli alimenti esteticamente impeccabili dei supermercati, le persone non sanno più apprezzare il cibo che mostra segni di imperfezione proprio in virtù della sua fattura artigianale”, spiega Kauber. Ci sono, poi, i pericoli legati alla presenza del lupo, ormai endemica nelle Alpi e negli Appennini. “A reintrodurlo sono state le politiche europee sulla wilderness di ispirazione americana che non hanno considerato che l’Italia è un paese piccolo e rugoso con antichissime tradizioni agrosilvopastorali che vanno preservate. Dobbiamo superare questo ambientalismo da salotto tipico della cultura urbanocentrica e capire che i recinti non bastano a proteggere gli animali dalla fauna selvatica, specialmente se parliamo di 1200 capi di bestiame su pendenze alpine, e i cani pastore hanno un costo e vanno nutriti. Mi dispiace se abbattono un lupo ma soffro di più quando muoiono esemplari di razze ovine e caprine in via di estinzione”.
Non mancano, infine, le minacce di chi tenta di accaparrarsi i loro terreni per ottenere i fondi dell’Unione europea destinati al pascolo. È il caso di Assunta, la pastora ciociara che vive transumando tra Lazio e Campania, che negli ultimi anni ha subito intimidazioni e aggressioni, con tubature dell’acqua tagliate, recinti danneggiati e animali feriti e uccisi. “Sono atti terribili che richiamano in modo molto esplicito il linguaggio mafioso. Non lasciamola sola!”, esorta Kauber.
Foto di Anna Kauber.