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La Salonicco di Elettra Stamboulis

16 giugno 2022

Abbiamo incontrato la scrittrice e curatrice di mostre d’arte contemporanea e di fumetto al Festival dei cittadini del Mediterraneo, dove presentava la sua graphic novel “Piccola Gerusalemme. Salonicco”. Illustrata da Angelo Mennillo e pubblicata in Italia da Mesogea (2019), l’opera è uscita anche in Grecia, Turchia e Francia.

Romanos è un giovane glottologo bulgaro che dopo la caduta del muro di Berlino visita Salonicco, città a cui è profondamente legata la storia della sua famiglia. L’antica Thessalonika, dal nome della sorella di Alessandro Magno, nei secoli è stata chiamata in vari modi, Selanick, Solun, Salonicha, Salonique, e già in epoca romana era uno dei principali porti strategici del Mediterraneo orientale. Questo millenario crogiolo di lingue, culture e religioni è ancora oggi soprannominato “piccola Gerusalemme”.

 

Il giovane Romanos prova a ricomporne il complesso mosaico confidando in una lunga lettera alla nonna i suoi pensieri, ora nostalgici, ora ironici, molto spesso confusi per le tante informazioni non sempre facili da contestualizzare.

 

Le vicende degli ebrei sefarditi, suoi antenati, si intrecciano intimamente a quelle della città. Esiliati dalla Spagna di Isabella di Castiglia, in moltissimi entrarono nella “Grande Porta” dell’Impero ottomano che garantiva protezione a tutte le “Genti del libro”. Migliaia sbarcarono a Salonicco, allora in calo demografico, inserendosi al punto che nel censimento del 1913 la comunità ebraica era la più numerosa, seguita da quelle ottomana, greca, bulgara e da piccoli gruppi minori.

 

Profonde ferite

 

Nel 1917 un incendio devastò gran parte dei loro quartieri ma furono le drammatiche deportazioni di massa della Seconda guerra mondiale a recidere definitivamente il loro legame con questo luogo. In 45mila morirono nei campi di sterminio nazisti e ai 1950 che riuscirono a tornare non furono mai restituite le proprietà.

Salonicco, commenta Romanos, “sembra votata a brusche rotture di popolazione. Come un teatro in cui, finito lo spettacolo, bisogna affrettarsi a cambiare compagnia, scenario, pubblico”.

Le sue parole mescolano filologia, storia, arte, narrazione e si accompagnano ai disegni in bianco e nero che ripercorrono gli eventi del passato: dalla dominazione ottomana alla katastrofé1, dal Regime dei Colonnelli alla sanguinosa guerra civile, impropriamente chiamata “La guerra dei briganti”.

 

Rimosse in patria e ignorate all’estero, queste profonde ferite chiedono di essere elaborate e questo spiega la corposa cronologia finale del libro, che secondo Moni Ovadia non dovrebbe mancare in una biblioteca degna di questo nome.

 Il protagonista maschile si chiama come mio cugino e, come lui, è nato e cresciuto in Bulgaria, ha un padre profugo e rifugiato politico e una nonna con una storia legata alla diaspora greca post guerra civile. Ma, al contrario di me, non è un filologo, precisa l’autrice.

Una formazione che, aggiunge, per lei è stata uno strumento di indagine fondamentale sul suo essere bilingue, nata a Bologna nel 1969 da esuli greci.

Per 7 anni i miei genitori non poterono tornare né i nonni venire in Italia. Avevo un anno quando mio zio mi mise su un aereo per portarmi per la prima volta da loro, racconta. Viaggiavo continuamente tra la Grecia e l’Italia affidata alle hostess e non sapevo che la mia valigia trasportasse anche lettere personali, documenti e dischi di Theodōrakīs. Ero un’inconsapevole staffetta partigiana!

I suoi genitori tornarono nel '74 e parteciparono al famoso concerto allo stadio Karaiskakis di Atene nel quale Theodōrakīs e altri oppositori della dittatura dei Colonnelli suonarono per ore. “Ero seduta sulle spalle dei miei zii che mi sembravano tutti Che Guevara con quelle loro barbe folte e i capelli lunghi”, ricorda l’autrice che all’epoca aveva 5 anni e chiese una torta di compleanno per celebrare l’evento.

Elettra Stamboulis al Festival dei cittadini del Mediterraneo di Catania illustrata da YORGOS/imagistan.com Instagram: @y0rgos.

Il libro, scritto in italiano, è stato tradotto in turco, francese e greco. “Quando l’ho letto in greco ho pensato che fosse quella la sua vera lingua. C’era appena stato il default e dubitavo che l’accordo con l’editore potesse concludersi. La sua email mi arrivò il giorno dopo il Referendum: voleva pubblicarlo, mi disse, perché nel paese ce ne era bisogno”.

 

È in attesa una sua ristampa, anche se molti greci preferirebbero non ricordare alcune delle storie narrate, come quella di Zahariadis2, figura controversa e ingombrante, soprattutto per alcuni compagni.

Sia da una parte che dall’altra c’è qualcosa di disturbante, e questo per me è un ottimo segno”, commenta. “Per molti leggerlo è stato commovente e liberatorio: la gente comincia finalmente a capire che si può parlare di certe cose e che è possibile farlo anche con il fumetto.

Un genere che coniuga le sue due grandi passioni: il disegno e la scrittura. “In tutto il mondo, sempre più autrici cominciano a scegliere questo linguaggio espressivo anche a livello politico e artistico. Il movimento Non una di meno in Sud America lo usa moltissimo per le sue campagne e citerei senz’altro anche la rivista femminista argentina Clítoris”.

 

Zehra Dogan, Fatma’s hand, 2018, Diyarbakir Prison. Credit : Jef Rabillon.

Ma il contributo femminile per lei più significativo resta la graphic novel di Zehra Dogan3 “Prigione n.5”, di cui è stata curatrice e che definisce necessaria e innovativa.

È un oggetto incandescente non solo perché lei è una delle più grandi artiste contemporanee ma anche come documento storico e manifesto politico. Nessuno prima aveva mai scritto un fumetto dentro una prigione per far capire cosa succede al suo interno.

A novembre, Elettra Stamboulis inaugurerà la terza mostra di un trittico su arte e diritti al museo di Santa Giulia di Brescia: “dopo Zehra Dogan e Badiuciao presenterò la graphic journalist russa Victoria Lomasko, che ha lavorato nel carcere giovanile di Mosca e seguito le proteste contro Putin e i processi alle Pussy Riot”.

 

Nel 2023 uscirà il suo libro su Ai Weiwei, realizzato con Gianluca Costantini, e sta attualmente lavorando a un progetto su Xi Jinping: “sembra che la mia vita oggi sia inspiegabilmente molto collegata alla Cina!”, conclude sorridendo.

1 "La catastrofe" è il modo in cui i greci indicano l’espulsione di un milione di concittadini dall’Anatolia a seguito della sconfitta subita dai turchi nel 1922 e dello scambio di popolazione imposto dal trattato di Losanna (1923). L’arrivo di 1.230.000 profughi greci e 45.000 armeni rivoluzionò l’impianto urbano di molte città, tra cui Salonicco, dove nacquero interi quartieri destinati a loro.

2 Segretario generale del Partito Comunista di Grecia dal 1921 al 1956.

3 Zehera Dogan è un’attivista, giornalista e artista contemporanea curda, condannata per un disegno e rinchiusa nella prigione numero 5 di Diyarbakir, nella Turchia orientale. Quel luogo è tristemente famoso per le violente torture inflitte dal regime di Erdoğan e negli anni è diventato un importante simbolo della resistenza e della lotta per la liberazione del popolo curdo. I disegni sono stati realizzati dall’autrice durante la detenzione nonostante la mancanza di materiale a disposizione e sono usciti clandestinamente dalla sua cella superando muri e divieti.