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Io capitano: un’odissea sospesa tra sogno e realtà

10 ottobre 2023

Il nuovo film di Matteo Garrone ha vinto il Leone d’Argento alla miglior regia all’ottantesimo Festival del cinema di Venezia e la giuria ha assegnato al giovane protagonista, Seydou Sarr, il prestigioso Premio Marcello Mastroianni.

Seydou (Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall), i due giovani protagonisti del film.

Benché non aggiunga molto alla narrazione del fenomeno migratorio, ormai tristemente noto anche nei suoi aspetti più crudi e violenti, la pellicola è ora candidata a rappresentare l’Italia agli Oscar “per aver incarnato con grande potenza e maestria cinematografica il desiderio universale di ricerca della libertà e della felicità”. 

 

Il tema della migrazione è da sempre caro a Matteo Garrone, come testimoniano alcuni suoi lavori giovanili, e non è stata forse una scelta particolarmente originale, essendo ormai da anni ampiamente sviscerato nei suoi molteplici aspetti, non solo sul grande schermo.

 

La storia narrata in “Io capitano”, undicesimo lungometraggio del regista romano, è, in effetti, piuttosto comune: Seydou (Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall) sono due giovani cugini senegalesi che decidono di lasciare Dakar per raggiungere l’Europa, dove sognano di diventare star del rap. Senza il consenso delle loro famiglie, attraversano il Mali, il Niger e lo sconfinato Sahara verso la Libia e, da lì, l’Italia. Il viaggio è lungo, costoso e pieno di pericoli: la polizia di frontiera è abusante e corrotta, i trafficanti sono violenti e senza scrupoli, il deserto è un cimitero di cadaveri. I due, legati da un rapporto quasi fraterno, vengono separati durante un blitz della polizia libica a pochi chilometri dal confine. Seydou finisce nelle mani della mafia locale che costringe i migranti a versare ingenti somme per ottenere la libertà e sottrarsi alle atroci torture nei centri di detenzione a loro destinati.

 

Salvato da un connazionale più grande di lui, dopo un periodo di lavoro in condizioni di schiavitù, il giovane raggiunge Tripoli dove ritrova finalmente il cugino, gravemente ferito. Nonostante le difficoltà, insieme riescono a salpare verso le coste siciliane a bordo di un vecchio peschereccio che Seydou sarà costretto a guidare, non avendo abbastanza soldi per pagare il viaggio a entrambi.

 

La sceneggiatura intreccia le drammatiche vicende realmente accadute a Kouassi Pli Adama Mamadoum, giunto in Italia quindici anni fa dalla Costa d’Avorio dopo 40 mesi in una prigione libica, e Fofana Amara che, ancora minorenne, pilotò un’imbarcazione con centinaia di persone a bordo, finendo in carcere per favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

 

A un piano narrativo molto realistico si alternano momenti più onirici e fiabeschi caratterizzati da un’iconografia che ricorda alcuni dipinti di Chagall, per esempio quando Seydou soccorre una donna tra le dune del Sahara e lei si libra in volo tenendogli la mano, avvolta da colorati drappeggi mossi dal vento.

Una scena tratta dal film “Io capitano”, di Matteo Garrone.

Questi elementi segnano una forte continuità con quel “realismo magico” che ha caratterizzato la precedente filmografia dell’autore, tuttavia la crudezza dei temi narrati è tale da non riuscire ad armonizzarsi con la poesia di alcune scene che sembrano avulse dal contesto. Ben più convincente e toccante è, invece, la solidarietà che si crea tra gli altri migranti e il protagonista: c’è chi lo salva da una morte certa, chi lo consola con un abbraccio, chi gli offre parole di conforto nei momenti più difficili.

 

Parte della critica ha accusato Garrone di buonismo e scarsa incisività rispetto alla drammaticità di un fenomeno così tragico e alcun* ritengono che abbia edulcorato la realtà senegalese dandone una visione ingenuamente orientalista. La storia, inoltre, non da alcun risalto alla disperazione, la vera leva che spinge le persone ad abbandonare tutto mettendo a repentaglio la propria vita.

 

I protagonisti sono, in effetti, due teneri e immaturi sognatori affascinati dai video su TickTock, Instagram e Facebook che, con incosciente entusiasmo, sperano di avere successo grazie alla musica. Proprio come i loro coetanei occidentali, anche Seydou e Moussa, infatti, sono figli di un mondo globalizzato e sognano un futuro altrove, in cerca di libertà e felicità: il viaggio sarà, per entrambi, una potente e severa iniziazione all’età adulta.

 

Una scena tratta dal film “Io capitano”, di Matteo Garrone.

Ma se la sceneggiatura in alcuni passaggi risulta poco convincente, fotografia, regia, montaggio, scenografia e colonna sonora sono di altissimo livello. Le imponenti dune del Sahara sembrano onde oceaniche e il calmo e sconfinato Mediterraneo appare come un placido deserto silenzioso, tra cieli stellati, infuocati tramonti africani e coinvolgenti ritmi tuareg. La natura si rivela in tutta la sua struggente bellezza diventando testimone silente e benevola di un’umanità vessata da ingiustizie, sofferenza e disperazione.

 

Ma ciò che rende questo film meritevole del successo ottenuto finora è, innanzitutto, il suo messaggio universale che con immediata semplicità riesce ad avvicinare il grande pubblico al drammatico vissuto dei due protagonisti, simile a quello di milioni di persone nel mondo.

 

Mentre la feroce retorica populista tenta di blindare definitivamente la vecchia “fortezza Europa”, il grido di liberazione e lo sguardo commosso e fiero del giovane Seydou alla fine della traversata sembrano oggi l’unico antidoto efficace per risvegliare quei sentimenti di empatia e umanità troppo a lungo dimenticati.