Jeunesses - Révolutions

Algeria

Algeria, i giovani dell’Hirak: “Popolo connesso, sistema sconnesso”

2020-03-05

Babelmed

Il presidente Tebboune aveva tentato di bloccare la celebrazione del secondo anniversario dell’Hirak (il movimento per la democrazia decisivo per la rinuncia al potere del presidente Abdelaziz Bouteflika nel febbraio del 2019, ndr), liberando i prigionieri di coscienza, proponendo elezioni legislative anticipate e facendo un rimpasto ministeriale di facciata. Ma nessuno ci ha creduto, tanto meno i giovani che deridono la riconferma di un 90enne despota a capo del Senato. 

Lo scorso 22 febbraio 2021, gli algerini hanno sfidato le restrizioni sanitarie e l’impressionante dispiegamento delle forze di polizia invadendo le strade del paese. La speranza dei millennial nella possibilità di un cambiamento è rimasta intatta. E anche il loro leggendario umorismo: “Hanno tirato fuori i detenuti dell’Hirak 2020 e li sostituiscono con quelli del 2021, hanno fatto un rimpasto di prigioni”. Nemmeno il sistema è cambiato: sono stati segnalati arresti di manifestanti in tutte le città. Il potere algerino offre sempre buoni motivi per discutere. A causa di questa repressione, la rabbia dei giovani resta permanente. Le scarcerazioni non hanno fatto dimenticare le umiliazioni subite dagli hirakisti, studenti, giornalisti o disoccupati. Come dimenticare il giornalista Khaled Drareni, diventato un’icona del movimento? Come dimenticare che il giovane Walid Kechida, contro il quale la procura aveva chiesto cinque anni di carcere per “offesa al presidente”, “ai precetti dell’islam” e a “esponenti delle istituzioni”, è stato torturato e violentato in prigione?

Nel 2019, questo stesso sentimento di ingiustizia, unito all’umiliazione inflitta dalla volontà di un presidente impotente, Bouteflika, di correre per un quinto mandato, aveva dato fuoco alle polveri. Tutta la popolazione era esacerbata dalla farsa elettorale che si preparava ma non poteva far nulla per cambiare il corso degli eventi. I partiti nell’orbita del governo o invischiati nelle loro lotte per la leadership non hanno quasi più pubblico. Ormai gli algerini non si aspettano più nulla dai loro politici. I più anziani, traumatizzati dal decennio nero, erano refrattari alle azioni di strada per timore di un’ascesa degli islamisti e della repressione delle forze dell’ordine. I giovani (il 62% della popolazione ha meno di 35 anni) non hanno più nulla da perdere. Durante le partite di calcio o sui social, il potere e il presidente sono fatti a pezzi con slogan e battute di ogni genere. 

(Video) https://youtu.be/kHZviPhZQxs

La canzone “Casa d’El Mouradia” (il titolo fa riferimento a una famosa serie televisiva su rapinatori di banche e al palazzo presidenziale situato nel quartiere esclusivo di El Mouradia), lanciata da Ouled El Bahdja, i tifosi della squadra di calcio della capitale, è diventato l’inno della contestazione. I giovani denunciano la corruzione e la negligenza del regno Bouteflika e parlano della loro disperazione. E non importa se questo canto di guerra evoca anche la cannabis per resistere. Sarà intonato nelle strade dalle signore dei quartieri chic di Algeri, dai fedeli usciti dalla moschea, dai giovani squali della finanza, dalle ragazze alla moda, dalle madri di famiglia che non hanno mai messo piede in uno stadio. I giovani arraya (“senza nulla”) sono riusciti là dove i politici e gli intellettuali hanno fallito: mobilitare tutti gli algerini intorno a uno stesso obiettivo, ritrovare la loro dignità. La rete ha permesso ai ragazzi di raggiungere un pubblico nazionale. Tutti hanno potuto seguire la nascita del movimento, ricevere istruzioni sugli incontri, su come aderire in tutta sicurezza all’Hirak e condividere le parole d’ordine. I giovani sono molti connessi in un paese che contava nel quarto trimestre del 2019, 45,42 milioni di abbonati a un operatore telefonico su 43,9 milioni di abitanti nel gennaio 2020.

(Video)  https://www.youtube.com/watch?v=neZc5o8m-vU

Il famoso “Yetnahwa gâa” (“devono andarsene tutti!”) è stato gridato dal giovane Sofiane Taki, a una giornalista di Sky News Arabia che credeva che gli algerini fossero felici. Offeso da questa manipolazione della realtà, il ragazzo le risponde: “non parlo il vostro arabo, io parlo darridja, algerino”. Poi, guardandola per un momento, le urla: “Yetnahwa gâa”. Così è nata la parola d’ordine dell’Hirak. Questi slogan nascono dai riferimenti culturali dei giovani degli anni 2000 e dalla loro quotidianità. Per l’edizione 2021, hanno fatto riferimento al lungo soggiorno del presidente in Germania per curarsi dal COVID-19. La contestazione si esprime attraverso la poesia e la musica, come in “Allô le Système” della giovane rapper Raja Meziane pubblicato il 4 marzo 2019 (con 5 milioni di visualizzazioni), o l’iconica “Liberté” del rapper Soolking e di Ouled El Bahdja, ripresa anche nelle marce del venerdì e nei sit-in studenteschi del martedì. Anche le reti di solidarietà e di logistica sono state create attraverso i social. Alcuni giovani si sono organizzati rispondendo all’appello lanciato online, altri hanno fondato i gruppi dei “Brassards verts d’Alger” (“I Bracciali verdi di Algeri”) e dei Gilet Orange (“I Gilet Arancioni”) per garantire sicurezza durante le marce e per soccorrere le persone in caso di malore. Altri gruppi si sono dedicati alla pulizia delle strade dopo ogni manifestazione dimostrando di non essere “né irresponsabili, né incivili”. Se l’Hirak ha permesso ai giovani algerini di esprimere il loro disagio e di ricordare che intendono riappropriarsi della loro storia e del loro paese, i social hanno offerto loro uno spazio di libertà come mai prima d’ora.

 

Ghania Khelifi

Traduzione dal francese di Agnese Carcia