Politiques
Italy
Rimozioni pericolose
2020-09-28
Il dibattito pubblico sul razzismo in Italia non riesce a confluire in una riflessione strutturata di lungo periodo e l’antropologa Annamaria Rivera parla di retorica della prima volta. “Di fronte a manifestazioni di razzismo più gravi ed estreme, a prevalere nella coscienza collettiva come tra non pochi locutori mediatici, istituzionali, politici, perfino tra taluni intellettuali di sinistra, è la tendenza a rimuoverne i segni premonitori e gli antecedenti”1.
Il fenomeno è, in effetti, ben più complesso e antico e affonda le sue radici in quel passato coloniale e post coloniale che è stato completamente rimosso dalla coscienza collettiva. I crimini sanguinosi di cui l’Italia si è macchiata negli anni compresi tra l’Unità e il secondo dopoguerra compaiono in forme molto diluite e marginali nei manuali di storia contemporanea e quasi mai sulle agende politiche, perlopiù relegati a studi accademici e ricerche di settore. Ma i massacri commessi nel sud durante la “guerra al brigantaggio” e nella Cina della lotta ai boxers, le atroci deportazioni di migliaia di libici in Italia dopo i fatti di Sciara Sciat, lo schiavismo imposto in Somalia e le armi chimiche usate in Etiopia contro l’esercito del Negus sono solo alcune delle efferate violenze inflitte a popolazioni considerate “barbare” e “inferiori”. Come sostiene lo storico del colonialismo Angelo Del Boca2, il mito degli “italiani brava gente” è ancora oggi diffusissimo e costantemente consolidato da un’auto narrazione puerile che ci descrive più generosi, tolleranti, umani e accoglienti “per natura” rispetto “agli altri”, dunque incapaci di compiere atti crudeli.
“L'afrofobia è un retaggio di quella storia coloniale e postcoloniale mai discussa, mai veramente superata, e le sue scorie le sentiamo addosso ancora oggi”, denuncia Igiaba Scego a L’Espresso. “Io sono convinta che l'odio coloniale per il nero suddito, il nero ridotto a merce, sia alla base della mancata presa di coscienza odierna dei diritti dei migranti e dei figli di migranti tutti, di qualsiasi colore o religione. Nella testa di chi ha fatto le leggi non c'era la visione dell'altro come cittadino, ma l'altro come colonizzato, ovvero essere umano con meno diritti. Questo l'ho sempre trovato grave. Ecco perché l'Italia ha bisogno di essere decolonizzata. Affinché queste strutture profondamente razziste e coloniali possano essere spazzate via. Senza decolonizzazione delle menti e delle strutture anche delle istituzioni, temo non ci possano essere nemmeno diritti”.
È questo l’obiettivo dei tanti ricercatori che, come lei, sono impegnati in prima linea in una riflessione più ampia, capace di includere l’alterità riconoscendo la ricchezza che apporta. Ed è anche la scommessa del Museo italo-africano “Ilaria Alpi” che sarà inaugurato nel 2021 a Roma, proprio nel quartiere EUR costruito da Mussolini per l’esposizione universale, poi annullata per la guerra.
Le collezioni, attualmente ancora in fase di allestimento, comprendono circa 12mila oggetti del patrimonio etnografico, storico, artistico, archeologico e antropologico legati all’esperienza militare e coloniale in Africa.
Dedicato alla giovane giornalista uccisa in Somalia nel 1994, il progetto ha già coinvolto una nutrita comunità di ricercatori, intellettuali, insegnanti e artisti impegnati a rielaborare, in una dinamica interculturale e trasversale, quel fosco passato troppo a lungo dimenticato che, come tutti i rimossi, continua ad alimentare azioni oscure e inconsapevoli.
1 Un decennio d’infamie razziste, fino all’estremo In Cronache di ordinario razzismo. Quinto Libro bianco sul razzismo in Italia.
2 Angelo Del Boca, “Italiani, brava gente?”, Neri Pozza, Vicenza, 2005.
Un testo delle scuole elementari italiane che propone una narrativa svalutante dei bambini di origine africana (fonte: Internet).
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