Verso una Sociologia del Mediterraneo?

2013-05-13

host_conv_333È possibile immaginare una sociologia capace di essere perturbata da ciò che siamo? Capace di ripartire dai luoghi e dai contesti, collegandosi intimamente all’esperienza di chi la pratica?

È questo l’interrogativo posto dal convegno organizzato il 6 e 7 maggio dal Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’Uomo dell’Università del Salento a Brindisi e Lecce.

L’iniziativa fa parte del progetto H.O.S.T., finanziato dall’Unione europea, e ha coinvolto venti relatori tra docenti universitari, ricercatori e professionisti del mondo dell’informazione e del teatro provenienti da Italia, Turchia, Spagna, Albania, Grecia e Francia.

Un’occasione preziosa per confrontarsi sulle possibilità e i limiti dell’esistenza di una scienza sociale mediterranea che abbia come priorità il ripensamento degli strumenti metodologici e delle categorie con le quali finora si è cercato di decodificare le realtà di volta in volta indagate.

Molti i temi affrontati nelle loro complesse implicazioni e sfaccettature: la solidarietà e i nuovi modelli di sviluppo, l’integrazione, il ruolo dei media, le radici culturali dei molti conflitti politici, sociali, religiosi ed etnici in atto.

“Il rapporto tra i popoli del Mediterraneo non è mai stato semplice, tra scambi e guerre, commerci e ruberie, tra l’incontrarsi e l’ignorarsi reciproco” ha ricordato il professor Cristante (Università del Salento). “Cerniera tra Europa, Africa e Medio Oriente, questo mare è stato sempre caratterizzato da una profonda complessità e ricchezza e, malgrado il proliferare di nuovi media, blog e social network, soffre di un cronico deficit di comprensione intellettuale”.

Secondo Antonello Petrillo, (Università Suor Orsola Benincasa di Napoli),“Il Mediterraneo è un mare di guerra al di là della vuota retorica del dialogo interculturale. Tra guerre guerreggiate che conosciamo, guerre silenziose, come quella contro i migranti, e guerre di simboli. La solitudine, il deserto di parole hanno mostrato lo stupore afasico delle scienze sociali europee durante le cosiddette ‘primavere arabe’. Il loro ruolo è rinunciare alle categorie che di solito usiamo per descrivere ogni processo, categorie che si dissolvono quando guardiano a Oriente. Concetti come democrazia, cittadinanza, diritti umani, che hanno caratterizzato la storia occidentale sono usati e strumentalizzati per costruire gerarchie di inferiorizzazione rispetto a realtà altre. Siamo di fronte a un Orientalismo scientifico che ha gli stessi tratti di quello descritto da Said per l’età coloniale”. Per ripensare il ruolo e l’efficacia delle teorie sociali, ha affermato Petrillo, occorre “andare sul campo, smontare le retoriche, incontrare il dato (perché) non siamo né neutrali né nascosti. Per questo, più che a una sociologia ‘del’ Mediterraneo, dovremmo pensare a una sociologia ‘nel’ Mediterraneo, senza culturalismi, etnicizzazioni, essenzializzazioni di sorta”.

Tra i concetti delle scienze sociali usati per fini coloniali e neocoloniali dalle politiche degli stati e dei mercati finanziari, emerge il concetto di “sviluppo”.

//Román Reyes, Antonello Petrillo, Fabio De Nardis, Fatos Tarifa, Nazli Çağin Bilgili e Mariano Longo. Brindisi, 6 maggio 2013Nel suo intervento, il professor Palmisano (Università del Salento) ha denunciato come questo sia “parte integrante della teoria positivista riguardante la storia umana, considerata all’interno di un’evoluzione lineare e imprescindibile, deterministica e teleologica”. Il concetto stesso di evoluzione, ha ricordato il docente, “deriva da una teoria tratta dalle scienze naturali riguardante la biologia e la zoologia ma applicata tout court alle scienze sociali”. Per le disastrose conseguenze che questo ha generato sul piano sociale, culturale, politico ed economico a livello mondiale, parlare di cooperazione allo sviluppo sarebbe dunque “il risultato di un lungo processo di manipolazione ideologica mirante a legittimare politiche e posizioni profondamente razziste, strutturalmente elitiste”. Approcci di chi, “sentendosi chiamato a rispondere agli imperativi del white’s man burden” ha denunciato Palmisano, “intende proporre, e di fatto imporre, un nuovo ordine sociale mondiale (…) all’interno del quale operare una gerarchizzazione delle società dimostrata e giustificata, in ultima analisi, da differenze quantificabili in termini di prodotto interno lordo”.

Come il concetto di sviluppo, anche l’idea di una modernizzazione necessaria e salvifica ha per decenni animato il dibattito tra sociologi, economisti, politici e intellettuali.

Il professor Mariano Longo (Università del Salento), organizzatore del convegno, ha ricordato: “Occorre cominciare a ragionare su una sociologia dei luoghi perché è molto difficile immaginare che la modernizzazione possa risolvere i contrasti. In primo luogo perché oggi la modernità appare con le sue storture ed è un progetto incompiuto che non ha più tempo per compiersi. Se la sociologia si accorge di questo deve anche accorgersi che i problemi che affliggono il sud non sono tanto il risultato di una realtà arretrata, ma di una modernità che non ha attecchito, o non riesce ad attecchire”.

 

//Teatro Paisiello, Lecce, 7 maggio 2013

 

Alcuni relatori hanno presentato i risultati di studi condotti sul campo.

Il professor Za (Università del Salento) e Fatos Tarifa (European University of Tirana) hanno parlato delle loro ricerche in Albania, Nazli Çağin Bilgili (Istanbul Kültür Üniversity) ha presentato uno studio sulla tolleranza in Turchia e Afef Hagi (Università di Firenze) sui mutamenti socio-politici e culturali in Tunisia come risultato della rinascita della cittadinanza in rete e della rivolta dei dittatoriati. Theodor Grammatas (University of Athens) ha analizzato la società greca e le sue molteplici forme di ripiegamento in un glorioso passato come fuga da un presente fatto di crisi e incertezze. Augusto Valeriani (Università di Bologna) ha presentato uno studio sulla connessione tra primavere arabe e culture della rete mentre Valentina Fedele (Università della Calabria) ha proposto un excursus sulle forme musicali che stanno accompagnando le contestazioni in Maghreb e Mashreq.

Dai diversi interventi è emersa la consapevolezza generalizzata dell’inadeguatezza strutturale delle scienze sociali rispetto alla necessità di includere, e quindi spiegare, un presente sempre più complesso e articolato.

Come ha ricordato Román Reyes (Universidad Complutense de Madrid) “Trasferire il vecchio ordine del discorso in scenari che mai hanno fatto parte delle sue mappe è un’imprudenza. Il Mediterraneo necessita di generare un nuovo ordine del discorso, capace di risolvere le tensioni che fluttuano tra le sue acque. Capace di risolvere i conflitti che il corrispondente nuovo ordine teorico genera. La pluralità è fonte di conoscenza, perché da posizioni geografiche e culturali spesso antagoniste è possibile proiettare visioni confluenti: ‘teorein’. Come terapia e come progetto”.

 


 

Federica Araco

10/05/2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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