Zagara Ramij, «Storia di un funzionario modello»
2009-04-08
Sono, senza vantarmi, un funzionario modello. Il mio dossier è pulito come la neve nel paese degli Eschimesi. Non mi sono assentato né un giorno, né un’ora, e neanche un minuto ! Resisto bene al sovraffaticamento, alla malattia, agl’inconvenienti della vita – che senza alcun dubbio conoscete bene – con un coraggio fuori dal comune, al punto che sono diventato un oggetto di ammirazione per certi miei colleghi o, come mi suggerisce il loro silenzio, un oggetto d’inimicizia per altri che non evitano di manifestarlo con occhiolini o segni di connivenza.
Io, non mi curo né dell’inimicizia di questi, né dell’ammirazione di questi altri… Quello che a me importa, è di arrivare alla pensione e continuare a guadagnare il mio stipendio pieno e tondo, senza nessuna diminuzione. Quanto all’aumento, non sono mai stato così pazzo da sognarlo un solo giorno. Mia moglie – come sapete – è una casalinga. Ho tre figli di cui il più giovane ha meno di due anni. Le mie spese future, non c’è bisogno di ricordarmele, sono facili da stabilire. Per questo devo approfittare di un’opportunità che mi è stata data dal cielo, vedete come sono fortunato? Quando mi sono impiegato nella funzione pubblica, ci sono entrato dalla porta principale all’età di vent’anni! Questo vuol dire che quando arriverò alla pensione, avrò trascorso quarant’anni a lavorare e avrò sessant’anni. È questo che mi garantisce il mio pieno e tondo stipendio. Posso io sprecare quest’occasione d’oro dando ascolto al mio corpo, ai suoi perpetui gemiti e agli alti e bassi della mia instabile psicologia ? Se l’avessi fatto prima, o se lo farò in futuro, quanti anni d’ assenza avrei perso? No. Mai gli darò ascolto. Perché farlo quando ho i miei magici ricostituenti che conservano la mia vitalità per giorni, mesi e anni? Grazie ad una forte dose di caffeina nel mio caffè preferito – il Robusto – e al catrame della sigaretta, combatto le folli allucinazioni che mi sorprendono di tanto in tanto. Sento un demoniaco mormorio ripetermi nell’orecchio… incoerenti propositi: “La macchina… la rotazione… il sistema… la polverizzazione… la routine… l’innalzamento… le complicazioni… le scale… le ruote… la discesa… il mercurio…” Parole di cui non afferro il senso ma, malgrado quest’incomprensione, esse scavano, con le loro artiglia affilate, nel profondo. Come? Perché? Lo ignoro. Sono io che non lo so? Tra noi, m’immagino di capire, e allo stesso tempo di non volere semplicemente capire. Anzi meglio che mi ostini a non capire. Che c’è dietro la comprensione a parte i guai e le pene?
Nata a Casablanca, Zahra Ramij ha anche scritto Anin al-ma’ ( Il lamento dell’acqua , 2003), e Najmat al-sabah ( La Stella del mattino , 2006).
Traduzione dal francese di Matteo Mancini
(08/04/2009)
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