Latifa Labsir, «Mennana»

2009-04-08

 

Tutto risplendeva nella camera di Mennana: i suoi colori, il colore dei suoi mobili, anche il colore dei suoi clienti, il colore dei suoi occhi che cambiava di continuo, quello delle sue false ciglia, lunghe e languide, e le sue fragorose risa improvvise… Ogni cosa contribuiva alla felicità della nostra infanzia, felicità che prendevamo in prestito, io e mia sorella, dalla gioia di Mennana… Mia madre non aveva trucco. Solo un po’ di khol macinato in una bottiglia gettata nell’angolo della camera, di cui si serviva raramente quando aveva male agli occhi, e un po’ di souak che si procurava di tanto in tanto, a grandi intervalli di tempo. Mia madre, come la ricordo, era sempre pallida, esangue ed inerte. Ci guardava con occhi sospettosi e ci correva appresso ogni volta che oltrepassavamo la soglia della camera. Avevamo cominciato, in effetti, ad abituarci alla camera di Mennana, e l’aiutavamo a prepararla per i clienti. Spesso, utilizzavamo i suoi trucchi, cominciando a prenderci gusto, sperando di diventare giovani e belle ragazze come lei. Avevamo cominciato ad abituarci agli sguardi e agli occhiolini che ci facevano i bei ragazzi biondi, ci facevano sentire veramente grandi. E per questo, mia madre ci sgridava. I nostri piccoli seni cominciarono progressivamente ad apparire sotto i nostri abiti attillati, e questo ci faceva scoppiare a ridere. Cominciammo a prendere piacere, io e mia sorella, alle loro piacevoli coccole, ad apprezzarle visto che nessuno ci aveva mai accarezzato i seni prima di allora, né baciate… Queste piccole cerimonie non durarono a lungo, un giorno mia madre ci scoprì, e spazzò via tutto facendoci ripiombare di colpo nell’infanzia, a forza di botte, insulti e vietandoci di uscire.

* Nata a Casablanca nel 1965, Latifa Labsir ha scritto Raghba faqat ( Solo un desiderio , 2003), Dafa’ir ( Trecce , 2006) e prossimamente Akhafu min… ( Ho paura di …).

 


Kenza Sefrioui
Traduzione dal francese: Matteo Mancini
(09/04/2009)

 

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