Khadija Younsi, «Rosa, Apriti!»

2009-04-08

Quando il medico mi ha visitata e io ho iniziato a raccontargli il mio stato, con mio grande stupore, il dolore era sparito di colpo. Ho farfugliato qualche parola, e poi sono scoppiata a ridere. Il dolore era completamente scomparso. Il medico ha riso a sua volta, e ha deciso che avrei passato la notte in ospedale, in caso il dolore tornasse all’attacco. Anche lui non smise di vezzeggiarmi. Non ero così piccola da non sentirmi in imbarazzo, ma il mio viso conservava ancora questa vivacità infantile che attirava i vezzeggiamenti. Presi la cosa con comprensione, ma anche con molto piacere. […] Quando il medico è venuto a visitarmi la mattina, e mi ha auscultata di nuovo, ha confermato la mia buona salute spiegandomi che il mio corpo, questa piccola gemma, cominciava a sbocciare. […] Non ho detto niente a mia madre a proposito della notte in ospedale: Era lontana ed ebbi paura di farla preoccupare. Quanto a me, non ho sentito inquietudine, piuttosto imbarazzo, nello scoprire i miei piccoli seni, stimolati dal dolore, davanti al medico perché fecero capriole come due vivaci ranocchie! Ed è per questo che ristrinsi il corsetto, per porre fine alle loro stupidaggini e impedire loro di balzare imprudentemente sul mio petto. Dopo la notte in ospedale, ho adottato dei reggiseni dalle confortevoli dimensioni e sono diventata fiera dei miei seni, attenta ad averne cura. Perché, anche in piena sventura, restano vellutati, dolci, e così vicini al cuore…


Kenza Sefrioui
Traduzione dal francese: Matteo Mancini
(09/04/2009)

 

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