Littérature
Morocco
Relazioni e paradossi tra le lingue, saggio di Abdelfattah Kilito
2010-11-19
Non sono mancate in Italia le polemiche dopo la decisione presa da un ufficio dell’Unione Europea (EPSO) per un concorso da sostenere solo in tre lingue: francese, inglese, tedesco. Sui giornali si è gridato allo scandalo per quello che è stato considerato come un ineguale trattamento tra cittadini europei. Ma il bilinguismo per noi italiani sembra essere un processo ineluttabile, anche se sono lodevoli gli sforzi di chi cerca di sostenere la lingua italiana in una società glocal. Tra questi, la Comunità Radiotelevisiva italiana (comprende non solo emittenti ma anche istituzioni accademiche) che recentemente ha festeggiato i suoi 25 anni di vita con un convegno dal titolo significativo “Alla ricerca dell’italiano e della cultura italiana nel mondo”. Ovvero, andare alla scoperta e valorizzare il “sentire italiano”, convinti che l’italiano è, o può ancora essere, la lingua di identificazione culturale anche nella globalizzazione, al contrario dell’inglese quando il suo uso è puramente strumentale. Tema attuale. Proprio quest’anno l’Accademia della Crusca ha lanciato il tema “l’italiano degli altri” per scoprire l’apporto del concetto di italicità (uno dei cavalli di battaglia di Globus e Locus, socio della Comunità) perchè l’italiano e la cultura italiana evolvono e si contaminano nella globalità e questo obbliga ad andare a cercare coloro che parlano, capiscono o sono solo vicini alla cultura italiana. Un tema affascinante su cui si è soffermato anche Abdelfattah Kilito, critico letterario e scrittore di rilievo della scena marocchina contemporanea (insegna letteratura all’Università di Rabat, dove risiede), noto al pubblico italiano per uno studio sulla cultura araba classica “L’autore e i suoi doppi”, in cui analizza lo sforzo che lo straniero compie nell’imitazione di un idioma che non è il proprio.
Presente all’ultimo Salone del Libro di Torino, Kilito ha parlato del suo libro “Tu non parlerai la mia lingua” (il suo primo in arabo per un pubblico arabo e ora tradotto in italiano da Mesogea) che dopo aver accolto nel suo incipit le riflessioni di Petrarca, affronta le implicazioni del bi-multilinguismo e quindi della trasmissione dei saperi, le relazioni tra lingue, i sistemi di pensiero e le culture. Su tutto serpeggia un quesito: come conciliare la tendenza a proteggere la propria lingua con la necessaria esposizione all’alterità culturale e linguistica che la modernità ha portato con sé. Kilito ricorda come fin dal primo giorno di scuola abbia dovuto abbandonare il marocchino colloquiale e affidarsi a due lingue “straniere”, il francese e l’arabo classico: “Io e i miei compagni vivevamo nell’idea che la nostra lingua natale si fosse imbastardita e divenuta indegna della letteratura o della scrittura. In quanto europeo non sono obbligato a conoscere la lingua e la cultura araba mentre un arabo non può fare a meno di conoscere una lingua e una letteratura straniera, pena non esistere”.
Interessante il paradosso citato da Kilito a proposito di “Le Mille e una notte” che gli arabi colti ignoravano giudicandola un’opera popolare, ma poi dagli stessi rivalutata dopo la sua traduzione in francese nel Settecento. Eppure una traduzione non fedele dove tra l’altro sono stati eliminati i passaggi erotici perché il primo traduttore, Antoine Galland, orientalista e viaggiatore francese è stato brillante ma fedele alla cultura del suo tempo. Lo scrittore marocchino sostiene che Proust è stato il migliore traduttore di “Le Mille e una notte”: “Alla ricerca del tempo perduto” – secondo Kilito - è un tentativo di riscrivere “Le Mille e una notte”.
Un esempio di come traduzione e contaminazioni linguistiche e culturali s’intreccino.

Abdelfattah Kilito
Abdelfattah Kilito, Tu non parlerai la mia lingua - Edizioni Mesogea Curato e introdotto da Maria Elena Paniconi (ricercatrice di lingua e letteratura araba - Università di Macerata)
Stefanella Campana
(20/11/2010)
(20/11/2010)
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