Femmes
Syria
In Siria il corpo della donna è un campo di battaglia
2021-01-04
L’umiliazione e il dolore che restano dopo un atto di violenza sessuale sono incolmabili. Secondo lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale del 1998 [1], quando è commesso in un contesto di guerra o di conflitto armato, o usato come mezzo di pressione per ottenere informazioni o per punire un orientamento politico, diventa un crimine di guerra o contro l’umanità.
La donna, un’arma di guerra
In Siria, l’insurrezione popolare del 2011 è stata repressa dal regime con una violenza estrema: spari sui manifestanti, detenzioni in condizioni orribili, torture e mutilazioni spesso mortali.
Le donne che, sin dall’inizio, avevano preso parte alla rivolta sono state il bersaglio privilegiato del regime. Una volta incarcerate, sono state usate come “armi da guerra” [2] perché la loro detenzione è stata un mezzo di dissuasione e di pressione nei confronti dei loro parenti. Intellettuali, studentesse, infermiere, giornaliste, universitarie, analfabete, giovani e vecchie sono state trattate senza pietà e punite per aver manifestato o curato i feriti. A volte, senza nemmeno uscire dalle loro case, casalinghe e madri sono state prelevate con i figli dalle loro abitazioni per essere imprigionate e fare pressione sulle loro famiglie o per scambi di ostaggi.
La violenza sessuale è praticata nei centri di detenzione in modo sistematico e meditato. Le vittime sono soprattutto donne che provengono da ambienti popolari e conservatori dove questo tipo di violenza è considerato il più grave di tutti i tabù. Il risultato è quindi duplice: da una parte una tortura per le donne, soprattutto per le giovani senza altre esperienze sessuali, dall’altra un’umiliazione per le loro famiglie. A rendere la situazione ancora più tragica, si aggiunge il fatto che, a volte, la violenza, viene praticata persino in presenza del padre, del figlio o del marito della vittima, secondo le testimonianze menzionate in un rapporto scritto da Sema Nasar, della Rete Siriana per i Diritti dell’Uomo, redatto con il supporto della EMHRN (“La rete euro-mediterranea per i diritti dell’uomo”) e di alcuni esperti:
“Dopo avermi spogliata, i due carcerieri se ne sono andati, lasciandomi con mio figlio di 16 anni. Uno dei due poi è ritornato nella cella e ha cominciato a stuprarmi davanti a lui, mentre cercavo, invano, di porre resistenza. Il secondo ha fatto lo stesso. Poi sono venuti sette uomini e, a turno, hanno continuato a violentarmi, ancora. Non provavo più niente, avevo perso completamente la sensibilità e poi sono svenuta”, racconta Sawsan, rimasta per 11 mesi in vari settori di sicurezza di Damasco.
Quando non sono violate, alcune donne sono forzate ad assistere agli abusi subiti da altre:
“Il terzo giorno della mia reclusione, mi hanno portata in un’altra cella e mi hanno forzata ad assistere all’abuso di un’altra prigioniera. Due agenti la tenevano per le braccia mentre il terzo la violava con forza. Lei cercava, invano, di resistere. Poi ho perso conoscenza e mi hanno portata nella sala degli interrogatori”, confida Nirvana, un’ex detenuta di 28 anni ([3]).
“Siria, il grido soffocato”, ascoltate la testimonianza dolorosa ma così preziosa delle donne siriane.
La violenza sessuale, un mezzo di pressione
A partire dal 2012, durante il secondo anno di insurrezione, hanno cominciato a emergere le prime storie di abuso sessuale nei centri di detenzione. In tutto ciò, il regime non cercava di smentire queste voci, sempre più allarmanti ma, al contrario, la sua strategia era quella di diffondere queste informazioni per spaventare la popolazione, dissuadendola quindi dal prendere parte alla rivoluzione. “La violenza sessuale è stata usata dal regime per colpire l’uomo siriano. Qualsiasi uomo impegnato nella rivoluzione aveva avuto in carcere una donna della propria famiglia. Il messaggio è: o ti arrendi o teniamo tua moglie o tua figlia con noi”, constatano con amarezza le vittime violate [4].
Abuso collettivo, punizione collettiva
A volte, l’abuso collettivo è stato praticato con lo scopo di punire regioni e città conservatrici, tradizionalmente contro il regime. Secondo le testimonianze raccolte dal giornale Al Bayan, a Jisr-al-Shughour, vicino Aleppo, alcune donne sono state portate in uno zuccherificio di zona per subire violenze di gruppo, prima di essere costrette a spogliarsi e offrire un caffè, nude, ai “Shabiha”, i soldati pro regime.
Nel quartiere di Baba Amr, una periferia particolarmente presa di mira, vicina a Homs, altre donne insieme alle loro figlie sono state portate nella sala Al Zira’i, in via Holani, vicino al centro commerciale, e sono state violentate dagli agenti di sicurezza e dai soldati del regime. Nella città di Houla, una delle sopravvissute al terribile massacro del 25 maggio 2012 descrive le atrocità commesse dagli uomini vestiti di nero che hanno abusato prima delle figlie e poi delle madri, per poi uccidere selvaggiamente tutta la famiglia [5].
Alcuni rapporti pubblicati dalle organizzazioni internazionali confermano questi dati e sottolineano che la documentazione dei casi resta arbitraria, vista la paura che hanno le donne nel raccontare ciò che hanno subito per ragioni sia psicologiche sia sociali. Perciò, il numero di casi svelati resta minimo rispetto a ciò che è stato constatato o descritto dalle donne dopo l’uscita dalle prigioni.
Nel rapporto dell’organizzazione “Euromed Rights”, pubblicato il 25 novembre 2015, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, leggiamo: “le autorità siriane negano sistematicamente la detenzione delle donne nei centri segreti di tutto il paese. Ciò è in netto contrasto con le testimonianze raccolte che indicano che alcune donne continuano a essere imprigionate in condizioni terribili nei centri segreti di detenzione dove la tortura e gli abusi sessuali sono pratiche frequenti” [6].
Donne violate, vittime o colpevoli?
Paradossalmente, le vittime di queste violenze, all’uscita dalle prigioni, invece che essere accolte con calore e affetto dalle loro comunità, si ritrovano respinte dalla società che attribuisce un’importanza particolare alle norme e alle questioni d’onore. Infatti, se i genitori o le famiglie mostrano compassione, il timore dell’opinione sociale comporta generalmente una pressione sul gruppo in questione.
Ciò spiega perché molte vittime dopo la liberazione si ritrovano escluse dalle loro comunità, rifiutate dai loro mariti se sposate, private dei loro figli se madri, traumatizzate da ciò che hanno subito, con il timore di spostarsi per paura di essere nuovamente arrestate e, talvolta, perfino sposate con il primo che capita solo per cancellare il disonore.
A causa dell’enorme disperazione, sono stati riportati anche casi di suicidio, o perlomeno tentativi. “L’ingiustizia per la donna è duplice: essere punita dalla società e dal regime. Il regime la viola e la società la rifiuta”, constata con amarezza una donna vittima di violenza nei centri di detenzione [7].
Grazie all’aiuto di alcune organizzazioni internazionali che si sono interessate ai casi, molte donne sono riuscite ad andarsene dal territorio siriano per andare a vivere altrove, in incognito.
Donne siriane rifugiate in Giordania nel campo Al Zaatari, il 25 giugno 2013. REUTERS/Muhammad Hamed.
Nonostante i traumi vissuti e non avendo più niente da perdere, alcune di queste donne, fuori dal loro paese, osano parlare con il viso scoperto mentre raccontano le atrocità che hanno dovuto sopportare. I dettagli insostenibili che emergono dalle loro testimonianze spezzano il cuore. Il reportage d’Annick Cojean, nota reporter del quotidiano francese “Le Monde”, pubblicato il 7 febbraio 2017, può testimoniarlo (9). Se questa giornalista affermata non fosse famosa per la sua serietà e correttezza nella raccolta e nella verifica delle informazioni, la lettura del suo articolo potrebbe farci pensare a un brutto scenario di sadismo orchestrato da una mente malata. Questo reportage, chiamato “Le viol, arme de destruction massive en Syrie” (“Abusi sessuali, un’arma di distruzione di massa in Siria”) fa veramente gelare il sangue [8].
“La violenza contro le donne, sistematica e meditata, fa parte di una strategia. È un’arma del regime per distruggere i clan e far cessare la resistenza” constata la regista francese Manon Loizeau a proposito del documentario “Le cri étouffé” (“Il grido soffocato”) realizzato in collaborazione con Annick Cojean. Quest’ultima, per occuparsi della parte investigativa, ha incontrato le vittime, i medici e gli psicologi che si prendono cura di loro.
Le donne vengono mostrate mentre raccontano, con molta lucidità e spesso in lacrime, i dettagli della loro detenzione. Alla fine del documentario, mentre sono raggruppate tutte insieme davanti alla videocamera, il grido di una di loro, Mariam, emerge con disperazione: “Non veniteci a parlare di ONU, di diritti dell’uomo o di Ginevra. Non credo più a nessuno. Sono 5 anni ormai che lanciamo appelli!”. Visibilmente frustrata, esprime la sua inquietudine per tutte le altre donne che sono rimaste nelle prigioni e lancia questo appello: “Voi, in Occidente, siete donne libere. Fatevi sentire allora, gridando: fate uscite le donne dalle prigioni siriane!”.
Quando il documentario è stato trasmesso il 12 dicembre 2017 su France 2, molti telespettatori non sono stati in grado di terminarne la visione per i dettagli raccontati, insopportabili. Anche voi probabilmente sareste tentati di distogliere lo sguardo per la troppa pietà che si prova nei confronti di queste donne, animate da un senso di vergogna e rabbia ma, vi prego, non fatelo. Dopo tutto quello che hanno passato, hanno il diritto di essere ascoltate. Sì, hanno il diritto di avere la vostra compassione e la speranza che i loro carnefici non rimangano impuniti. Hanno il diritto di non far tacere il loro grido.
1) L’articolo 7 dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale cita, tra i crimini contro l’umanità “la violenza sessuale, la schiavitù a fini sessuali, la prostituzione forzata, la gravidanza forzata, la sterilizzazione forzata o qualsiasi altra forma di violenza sessuale che abbia una gravità paragonabile/ se questi atti sono commessi / in un quadro di attacco generalizzato o sistematico lanciato contro una qualsiasi popolazione civile, consapevole di quest’ultimo”.
L’articolo 8 paragrafo XXII dello stesso statuto cita lo stupro o qualsiasi altra forma di violenza sessuale tra i crimini di guerra quando è rivolto a persone o beni protetti dalle Convenzioni di Ginevra e li considera tra “le infrazioni gravi alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949”. Per maggiori informazioni: https://www.icc-cpi.int/nr/rdonlyres/
2) È l’espressione usata in uno studio pubblicato nel 2013 dalla Fondazione Thomson Reuters: http://www.rfi.fr/zoom/20131120-violences-victimes-femmes-syrie-jordanie-viol-fidh-guerre
3) Per leggere il rapporto intero consultare: https://www.amnesty.ch/fr/sur-amnesty/publications/magazine-amnesty/2017- 2/viols-pour-briser-revolution-syrie.
4) “Siria, il grido soffocato”, un documentario di Manon Loizeau, scritto da M. Loizeau, Annick Cojean e Souad Weidi, trasmesso martedì 12 dicembre alle 22:50 su France 2 https://www.youtube.com/watch?v=djqLnSaAR6w
5) https://www.albayan.ae/one-world/arabs/2012-03-10-1.1608630
7) Siria, il grido soffocato, ibidem.
8) Annick Cojean racconta che alcuni soldati hanno obbligato tre giovani della città di Hama a violentare le proprie sorelle. Il primo ha rifiutato e gli hanno tagliato la testa. Il secondo ha rifiutato, e gli è toccata la stessa sorte. Il terzo ha accettato e l’hanno ucciso sopra la ragazza che loro stessi hanno violentato. Altre storie incredibili si succedono nel reportage. Per leggerlo per intero, consultare: https://www.lemonde.fr/proche-orient/article/2014/03/04/syrie-le-viol-arme-de-destruction- massive_4377603_3218.html
Segnaliamo anche l’intervista di Annick Cojean: https://www.lemonde.fr/proche-orient/video/2014/03/05/viols-systematiques-en-syrie-l-arme-secrete-de-bachar-al-assad_4377684_3218.html?xtmc=viols_systematiques_en_syrie&xtcr=8
9) https://www.youtube.com/watch?v=EhW6WXvrVXo
Amira Abdelnour
4 gennaio 2021
Traduzione dal francese di Agnese Carcia
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