Migrations - Politiques
Italy
Il ruolo dei media
2020-09-28
Il tema dell’immigrazione è spesso deformato dalla disinformazione, dalle fake news e dal linguaggio improprio di alcuni media mainstream, che rafforzano le paure della gente parlando di ”emergenza” e veicolano pericolosi stereotipi culturali strillati da politici in cerca di voti.
Secondo Amnesty International, nella campagna elettorale del 2018 sono stati registrati 787 casi di dichiarazioni e commenti espliciti di incitamento all’odio razziale, il 91% dei quali riferiti a migranti. Erano bersagli preferenziali sia singoli individui sia gruppi impegnati in progetti umanitari o di solidarietà, in particolare musulmani, ebrei, donne e rom.
“È sorprendente vedere come a distanza di dieci anni il contenuto che le parole portano dentro di se sia cambiato e diventato così elastico da perdere di senso”, afferma Valerio Cataldi, giornalista e Presidente dell’Associazione Carta di Roma1 nell’introduzione al rapporto “Notizie senza approdo”, pubblicato nel 2019. “Bisognerebbe fermarsi a riflettere sul contenuto delle parole, che invece sono travolte dalla confusione della rissa politica, dell’affermazione di se, della pretesa di comunicare solo ed esclusivamente attraverso la propaganda”.
Lo studio contiene alcuni dati significativi: nel 2019 le notizie legate ai fenomeni migratori hanno registrato i valori più alti negli ultimi dieci anni. Sui 6 quotidiani monitorati2, l’aumento è stato del 30% rispetto al 2018 e nel primo trimestre i telegiornali serali hanno dedicato all’argomento il più alto numero di servizi degli ultimi 15 anni. Sulle prime pagine le tematiche più gettonate riguardavano la gestione dei flussi (51%), con il suo corollario di ormai collaudate parole chiave, “braccio di ferro”, “prove di forza”, “tensioni continue”, la criminalità e la sicurezza (12%), mentre l’accoglienza è in calo di 9 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Trova conferma anche la centralità della politica che occupa la scena dell’immigrazione nei telegiornali: “in oltre 1 servizio […] su 3 è presente la voce di esponenti politici e istituzionali”.
Le testimonianze di migranti e rifugiati compaiono solo nel 7% dei casi, con una netta prevalenza maschile (86%), e quasi sempre nell’ambito di cinque “cornici principali”: fragilità e debolezza (specie in merito a sbarchi e accoglienza); alterità e minaccia (sono persone che spesso vivono ai margini della legalità e in contesti di profondo degrado); rivendicazione; comunità integrate e razzismo.
“Una struttura narrativa così chiusa e rigida impedisce la costruzione di una contro-narrazione: tutte le voci principali partecipano al frame egemonico che descrive l’immigrazione come un luogo di conflitto tra le cosiddette élite dominanti e il popolo che cerca di tutelare la propria identità. Le poche interviste che cercano un racconto alternativo dell’immigrazione, fuori da questo schema (racconti di buone pratiche di integrazione, di iniziative dal basso, tematizzazione dell’immigrazione e individuazione della complessità delle cause e degli effetti) appaiono del tutto marginali”.
Il Rapporto della Carta di Roma analizza, inoltre, le strategie di disumanizzazione usate dalla stampa italiana nella rappresentazione di profughi e rifugiati che, come definito dalla Convenzione di Ginevra (1951), per cause di forza maggiore hanno dovuto lasciare il proprio paese di origine e per questo rientrano in uno status giuridico molto preciso. “A livello teorico, il nostro punto di partenza è che il significato delle parole sia strutturato. Da un lato, i significati delle parole interagiscono con quelli di parole a queste vicine: quindi, nel nostro caso, i significati enunciati sopra, di rifugiato e profugo, interagiscono con quelli di migrante e immigrato. Dall’altro, i significati delle parole sono complessi e includono aspetti diversi delle entità a cui fanno riferimento (includono, cioè, diversi “tratti semantici”): i significati di rifugiato e profugo contano alcuni tratti comuni, per esempio quelli di [UMANO], [VIAGGIO], [FUGA], [GUERRA], etc. […] In che misura, e in quali modi, attraverso il loro ripetuto uso nella stampa italiana, le parole rifugiato e profugo perdono parte dei loro tratti semantici, e in particolare il loro tratto [UMANO]?”.
Che l’uso strumentale e non deontologico del linguaggio giornalistico sia consapevole o no, i suoi effetti sull’immaginario collettivo sono evidenti e duraturi nel tempo. Recenti studi di psicologia sociale hanno confermato che quando un gruppo si sente minacciato comincia a giustificare tutto, anche la violenza. La psicologa di Harvard Mina Cikara sostiene che la tendenza a considerare le persone dell’altro gruppo come “disumane” crea distanza e diminuisce i livelli di empatia, che facilmente sfociano in aggressioni, anche fisiche. Una sua collega di Princeton, Susan Fiske, ha dimostrato che la sfiducia verso un gruppo esterno è legata alla rabbia e a impulsi che tendono alla violenza, esacerbati nei periodi di crisi economica poiché le persone considereranno gli estranei come concorrenti per il loro lavoro.
“Certo, è difficile dimostrare che i discorsi incendiari siano una causa diretta di atti violenti. Ma gli umani sono creature sociali – compresi, e forse soprattutto, gli svitati e i disadattati tra noi – che sono facilmente influenzati dalla rabbia che è ovunque in questi giorni”, scrive Richard A. Friedman, professore di psichiatria clinica e direttore della clinica di psicofarmacologia del Weill Cornell Medical College in un articolo pubblicato nel 2018 sul New York Times.3 “Non devi essere uno psichiatra per capire che l’odio e la paura diffusi tra i sostenitori di Trump possono spingere qualche sbandato all’azione”, continua Friedman. “La psicologia e la neuroscienza possono darci alcuni spunti preziosi per riflettere sul potere che hanno le parole pronunciate dalle persone più influenti. Sappiamo che l’esposizione ripetuta a discorsi di incitamento all’odio può aumentare i pregiudizi […] e desensibilizzare gli individui verso le aggressioni verbali, anche perché normalizza quello che di solito sarebbe considerato un comportamento socialmente condannabile”.
I numeri lo confermano. Ciak MigrAction: indagine sulla percezione del fenomeno migratorio in Italia condotta da Ipsos nel 2019, rilevava che il 33% degli intervistati fosse d’accordo con la chiusura delle frontiere. Secondo i sondaggi del Pew Research Center, che monitora il livello di ostilità contro le minoranze romanì, musulmana ed ebraica in alcuni paesi europei, l’Italia è al primo posto per antiziganismo, condiviso dall’83% degli intervistati nel 2019, e un’analisi dell’European Social Survey pubblicata nello stesso anno ci conferisce il primato per inclinazioni anti-migranti con l’8,7%, seguiti dall’Ungheria (8,5%), dalla Repubblica Ceca (6%) e dall’Austria (5%). Amnesty nel 2018 rilevava che su Twitter, dove il 32% dei messaggi negativi riguarda i migranti, un hater su tre esprime idee xenofobe.
1 Il codice deontologico redatto nel 2008 dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana con l’aiuto di associazioni della società civile per regolamentare l’informazione in materia di richiedenti asilo, rifugiati e vittime della tratta.
2 Avvenire, il Giornale, la Repubblica, La Stampa, il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera.
3 https://www.nytimes.com/2018/10/31/opinion/caravan-hate-speech-bowers-sayoc.html?smid=fb-nytimes&smtyp=cur&fbclid=IwAR0DflyfCDZ3idMIiOIRP60WGIVMB-6atpeZMoeKuuct-TBvAHw228tysqk.
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