Migrations - Politiques

Italy

Schiavi invisibili

2020-09-28

Babelmed

Calabria, gennaio 2010. Centinaia di braccianti africani manifestano per le strade di Rosarno, un piccolo centro agricolo nella Piana di Gioia Tauro. Denunciano il sopruso e la violenza subiti per anni dai “caporali” delle ‘ndrine, che controllano l’economia della zona, e le continue aggressioni razziste della gente del posto. Esplode la rabbia e la paura cresce: i rosarnesi scatenano una “caccia al nero” con spranghe, pistole e coltelli. “Troppa tolleranza con i clandestini”, commenta il ministro dell’interno Roberto Maroni, e quello delle Pari opportunità, Carfagna, aggiunge: “Siamo dalla parte degli italiani, senza se e senza ma”. Gli scontri continuano finché interviene l’esercito: in poche ore più di mille migranti sono trasferiti e il paese viene “sgomberato”.

 

“Per capire quegli infami episodi dobbiamo risalire ai fatti accaduti l’anno prima, nel dicembre del 2008”. A parlare è Giuseppe Lavorato, sindaco di Rosarno fino al 2003. “I migranti non volevano più accettare l’imposizione del prelievo di 7 euro al giorno dalla loro busta paga, già miserrima (20-25 euro per 14 ore di lavoro, ndr), da parte dei caporali legati alle cosche mafiose, e questi reagirono con aggressioni intimidatorie. Allora i braccianti manifestarono pacificamente davanti al Municipio fino alla centrale di Polizia per denunciare quanto subivano. Seguirono indagini, arresti e condanne. In queste zone soffocate dalla ‘Ndrangheta è stato un fatto rivoluzionario: nessuno si era mai permesso di ribellarsi. I boss hanno avuto paura: temevano che l’esempio dei lavoratori immigrati potesse istigare anche i rosarnesi a opporsi al loro potere. 

 

L’anno seguente, durante la manifestazione del gennaio 2010, qualcuno diffuse la falsa notizia che quattro di loro erano stati uccisi. La folla si è infiammata, la rabbia è esplosa e questo ha autorizzato le violente rappresaglie guidate dalle organizzazioni criminali, e quella vergognosa deportazione”.

 

L’emergenza rientra, tutto torna alla normalità, almeno apparentemente. Si cerca di dimenticare. Nell’ex Opera Sila e nella vecchia cartiera, i due enormi capannoni industriali senza acqua, luce e riscaldamento adibiti a dormitori di fortuna, restano solo cumuli di vestiti, materassi, coperte documenti, fotografie, lettere e pochi altri effetti personali abbandonati nella fuga.
Sullo sfondo, uno scritta sul muro: “Avoid shooting blacks. We will remember” (Vietato sparare ai neri. Noi ricorderemo).

 

Ogni inizio autunno migliaia di africani continuano ad arrivare per la raccolta delle arance. Questi nuovi schiavi del Mezzogiorno non godono di alcun diritto come lavoratori e come esseri umani: emarginati, invisibili e strumentalizzati dalla classe politica e dai media come capri espiatori di tutti i mali del paese, non sono il pericolo ma in pericolo.

 

A confermarlo, nel 2018, le tragiche morti di tre giovani braccianti: la nigeriana Eris Petty Stone, arsa viva dall’esplosione di una bombola a gas in un accampamento informale vicino Matera, la sua connazionale Becky Moses, ridotta in cenere nella tendopoli di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria, e, nello stesso luogo, il ventinovenne maliano Soumaila Sacko, delegato dell’Unione sindacale in difesa dei diritti dei lavoratori migranti, ucciso a fuciliate da un contadino.


Ma lo sfruttamento dei braccianti non avviene solo nelle campagne del sud. “Nel profondo nord a Canelli, in provincia di Asti, in Piemonte, centinaia di lavoratori della terra, impiegati nella vendemmia in questo territorio Patrimonio Unesco che produce vino pregiato, vivono la miseria e forti disagi abitativi. Lotteremo senza sosta al fine di restituire dignità ai braccianti e all'insieme dei lavoratori della terra”, denunciava su Facebook l’attivista sindacale e sociale Aboubakar Soumahoro il 20 settembre scorso.