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Libya
Inside Libya, dalla guerra a oggi
2012-11-04

Il 20 ottobre 2011 veniva giustiziato Gheddafi, al potere dal ’69 con un bilancio pesante: 50mila morti, 200mila feriti, centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati. E ora? Nonostante le elezioni libere di luglio, le prime dopo 48 anni, il passaggio delle consegne dal Consiglio Nazionale Transitorio al Congresso generale nazionale eletto, la Libia vive ancora una fase di incertezza e conflittualità. Lo rivela l’attacco a Bengasi contro il consolato Usa con la morte dell’ambasciatore e di tre funzionari, gli scontri tra le milizie e i fedeli del rais che hanno portato alla caduta di Bani Walid, ultima roccaforte dell’ex regime, le dimissioni del premier Mustafa Abushagur, eletto il 12 settembre ma sfiduciato dopo poco con la bocciatura della sua lista di ministri perché ritenuta non rappresentativa del Paese.
La società civile libica, che ha saputo esprimere un dissenso culturale e politico nei confronti del regime, si ritrova in uno scenario del Paese instabile e non ancora definito. Nodo fondamentale è la ricerca di una nuova identità nazionale libica. Compito impegnativo che tocca al nuovo premier Ali Zeidan, ex diplomatico e oppositore del regime vissuto per 30 anni in esilio e che ha avuto un ruolo fondamentale per il sostegno e il riconoscimento da parte dell’Occidente delle forze ribelli al raiss. Appoggiato dai liberali di Jibril (AFN), con l’accordo dei Fratelli Musulmani, Ali Zeidan ha avuto da pochi giorni il via libera al suo “governo di coalizione” dal nuovo Parlamento libico, formato da tre vice premier e 27 ministri di cui una sola donna (agli Affari sociali, Kamla Khamis Abdellah al Mozini, 57 anni).
Zeidan sembra dunque essere riuscito nella sfida di formare un governo rappresentativo di tutte le componenti della frammentata società libica anche se non sono mancate le contestazioni di un gruppo di ex ribelli. Il programma del suo governo di coalizione ha come priorità la riconciliazione nazionale in un paese dove anche le spinte autonomiste non mancano, come in Cirenaica, nonché l’impegno a costruire un nuovo esercito e una nuova polizia per rimpiazzare gli ufficiali che hanno lavorato per il Colonnello e, soprattutto, ridare sicurezza al Paese.
La Libia è una realtà molto vicina all’Italia - una storia che s’intreccia fin dal 1911 - ma ancora difficile da capire. Tra l’altro, il nostro Paese è il primo acquirente degli idrocarburi libici. Di qui è nata l’iniziativa di Paralleli-Istituto Euromediterraneo del Nord Ovest che ha dedicato una settimana alla Libia con una mostra di fotografie di Alessio Genovese “Our life inside Libya”, risultato del suo viaggio in Libia in agosto e settembre 2011, ospitata presso il nuovo Campus universitario Luigi Einaudi fino al 6 novembre e una tavola rotonda “La Libia dalla guerra ad oggi”. Tra i partecipanti, il giornalista libico Farid Adly che ha recentemente pubblicato il libro “La rivoluzione libica”, in cui risponde a molti interrogativi sul futuro della nazione, a cominciare dalla validità o meno della tesi sulla cosiddetta “eccezione araba” sull’inconciliabilità fra Islam e democrazia. Ma l’Islam appare importante nella definizione della nuova identità libica. Riuscirà la Libia a garantire al proprio popolo democrazia, stabilità politica ed equa distribuzione della ricchezza petrolifera?
Farid Adly, pacifista convinto e disertore - studiava in Italia dove vive tutt’ora - per non fare il servizio militare nella Libia di Gheddafi, ha dovuto rivedere le sue posizioni di fronte alla guerra di liberazione, quando tutto è iniziato con manifestazioni pacifiche a Bengasi nella “giornata della collera”, il 17 febbraio 2011, per chiedere la liberazione di un attivista per i diritti umani e le truppe del regime hanno sparato ai dimostranti. Ora si dichiara ottimista sul futuro del suo paese: “La Libia è un laboratorio di democrazia, anche se il cammino sarà lungo. Era una dittatura ricca, uno stato da rendita petrolifera che comprava le coscienze, persino di grandi uomini politici internazionali come Blair. Questo è il passato. Nel presente nessun rappresentante salafita è entrato in Parlamento, il partito islamico moderato è al 17%, la coalizione laica oltre il 50%. E’ indubbio che il paese ha bisogno di un governo di unità nazionale e Ali Zeidan può garantirla. E il petrolio è un elemento di unità, il 95% delle entrate. Ma il primo tema che Zeidan deve affrontare è il lavoro – aggiunge Farid - La disoccupazione dei giovani è molto alta. Ci sono 200mila laureati senza lavoro e con poche chances. Un altro problema grave è la corruzione estesa”. Intanto non tutti i soldi investiti all’estero dal regime sono stati restituiti dai paesi occidentali.
“Non c’è pericolo di secessione della Cirenaica”, assicura Farid Adly. “Pongono un problema di rappresentanza e distribuzione della ricchezza. Chi chiede una federazione è una minoranza”. Un dato lo confermerebbe. Il 7 luglio hanno votato per eleggere i parlamentari il 63% degli aventi diritto, a Bengasi, capitale della Cirenaica, ben l’86%.
Secondo Farid,” il ruolo delle donne libiche è fondamentale per dire no agli integralisti, ma devono fare i conti con una società maschilista”. In Parlamento le donne sono solo il 17% (ma poco meno delle parlamentari italiane dopo 66 anni di democrazia) e solo grazie alle liste bloccate. E tra i 33 membri del nuovo governo c’è solo una donna ministro.
All’ottimismo del giornalista libico fa riscontro un certo pessimismo di Arturo Varvelli, ricercatore Ispi, profondo conoscitore della Libia. “E straordinaria la rapidità con cui la Libia si sta dotando degli strumenti democratici dopo decenni di dittatura, ma non dimentichiamo che non tutta la Libia si è sollevata contro Gheddafi. E’ stata una rivoluzione a metà. Sarà un regime ibrido finchè non sarà ultimata la Costituzione, ma prima va nominata la Commissione incaricata….” . Come dire, la strada è ancora lunga.
I prossimi passi della nuova Libia diranno se è giusto essere ottimisti o pessimisti sul futuro del Paese.
Stefanella Campana
04/11/2012
“La rivoluzione libica”, dall’insurrezione di Bengasi alla morte di Gheddafi, di Farid Adly (Il Saggiatore)
“L’odore della guerra” , di Fabio Bucciarelli e Stefano Citati (Aliberti editore)
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