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11 marzo 2004, Madrid. Poco dopo le 7.30 della mattina una serie di esplosioni a catena su diversi treni hanno provocato una strage senza precedenti nella capitale spagnola. Il giorno dopo, le stime del Comune di Madrid parlano di quasi 200 morti, più di 1000 feriti e una città sprofondata nel caos e il dolore. Si tratta del più spaventoso atto di violenza mai sofferto dalla Spagna nella storia della sua democrazia. In attesa di una rivendicazione, sembrano esserci pochi dubbi sul coinvolgimento del gruppo terroristico basco nell’organizzazione o il concepimento degli attentati. Non è la prima volta che questa banda attua indiscriminatamente contro vittime civili, ma mai prima si era spinta a azioni di un’entità così devastante. Si tratta di un gravissimo tentativo di destabilizzazione politica, ma non solo: i veri obiettivi appuntano ad aprire una breccia incolmabile tra le diverse forze democratiche del paese. A tre giorni dalle elezioni politiche, e in un contesto di crescente confronto tra alcuni partiti nazionalistici e l’attuale governo, l’ETA ha provato a dare una spinta decisiva verso la progressiva balcanizzazione del paese, a ridurre la legittima conflittualità politica a un confronto insormontabile tra popolazioni con diversi sentimenti di appartenenza, all’interno di un paese che si autodefinisce plurinazionale. Sta alla serenità, l’intelligenza e il senso comune degli attori della scena politica spagnola la responsabilità di ricompattarsi in questo momento per riaffermare la volontà decisa di costruire una convivenza equilibrata tra le diverse sensibilità nazionali. Noi invece non possiamo non denunciare oggi la natura inequivocabilmente fascista degli attentati di questa mattina a Madrid. Vittime dei quali sono stati lavoratori, studenti e bambini, donne e uomini di quel piccolo popolo un po’ assonnato che si mobilita ogni mattina all’alba, e che ognuno di noi conosce bene perché magari ne fa o ne ha fatto anche parte. E non possiamo non prendere atto con profonda amarezza e preoccupazione che, alle radici di questo massacro di oggi a Madrid, ci si ritrova ancora una volta invischiato nelle vecchie e oscure ragioni dell’ultranazionalismo identitario e dell’intolleranza, impersonate dall’ETA. |
Anche se le convinzioni o le fedi politiche, apparentemente, non uccidono, alcune di queste idee sembrano quasi invocare una mano esecutrice che porti a termine la loro inconfessata violenza implicita. Eccone alcune: l’esaltazione dell’appartenenza a una determinata comunità umana, nettamente differenziata dalle altre; la riduzione del concetto di popolo a luogo astratto e incontaminato dell’identità, al quale l’individuo si deve subordinare; le interpretazioni parziali o interessate della storia assunte come verità dogmatiche e assolute; la strategia del vittimismo sistematico, che trova sempre la sua forzosa conclusione nella colpevolezza dell’altro; la volontà di tradurre (o di imporre) in termini geografici il perimetro della propria inflazione identitaria. Con le dovute differenze e sfumature, non ci sembrano tanto diverse di quelle che più di 60 anni fa, misero in moto l’ignobile macchinario per lo sterminio degli ebrei di Europa, o di quelle che hanno indelebilmente insanguinato le città e le campagne dei paesi dell’ex-Jugoslavia negli anni 90, o ancora di quelle che oggigiorno stanno trasformando la Palestina in una groviera di cicatrici analoghe separate da un assurdo e violento muro. Nella visione del Mediterraneo che Babelmed ha da sempre difeso c’è un luogo privilegiato e centrale per il concetto dell’identità aperta, quella in grado di dare ascolto e integrare la percezione, la bellezza, la sofferenza degli altri. Un’identità che non si eredita da una tradizione immobile, ma che si scopre progressivamente e si coltiva, allargando l’angolo dell’orizzonte culturale, aprendo spazio con fatica a quello Straniero che (come direbbe Edmond Jabés) era inaspettatamente già in noi, e che forse avevamo temuto in segreto. In questi tempi di profeti del neocolonialismo e di fanatici, di assassini delegati dal Popolo e di predicatori dell’inevitabilità dei conflitti interculturali, questa battaglia per l’apertura e la tolleranza sarà lunga e difficile, ma la sopravvivenza della nostra civiltà dipende dalla nostra capacità di cambiare. Nel frattempo, ogni giorno, sui nostri giornali e teleschermi assistiamo immobili di impotenza allo spettacolo impietosamente ricorrente della banalità del male tra di noi, spettatori dell’orrore continuo di tante vittime sacrificate alla cecità. Al piede di una moschea a Bagdad, su un autobus di Haifa, dentro la propria abitazione di Ramallah, o sulla strada per il lavoro o la scuola, una mattina qualsiasi, a Madrid. Con tutti loro, oggi, e con tutte le persone che aspetteranno inutilmente il loro ritorno, i nostri pensieri, la nostra compassione. |
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Eloy Santos |
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| Un giorno dopo gli attentati più devastanti mai subiti dalla Spagna, una reazione tra l'incredulità e il dolore. E soprattutto la collera di fronte a questa banalizzazione del male, della quale siamo sempre più spesso spettatori. |
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