Note su un cinema in DVD | Giulio Questi
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Giulio Questi   
 
Note su un cinema in DVD | Giulio Questi
Doctor Schizo e Mister Phrenic, par Giulio Questi
Da alcuni anni la videocamera era stata per me un oggetto del desiderio. Un desiderio che avevo sempre cercato di reprimere per il timore di fare anch'io quei fatali filmetti sulle vacanze, a cui tutti sono condannati.
Comparvero le prime digitali e ancora seppi resistere. Ma crollai di fronte ad un nuovo modello della Canon di cui avevo letto su una rivista grandi cose. Tanto più che avevo in casa un Machintosh dotato di un software di editing. La vidi esposta nella vetrina di un negozio e la comprai.
Il giorno dopo con la piccola videocamera infilata su una mano mi avventuravo tra la folla e le bancarelle del mercato del mio quartiere. In due o tre giorni misi insieme un piccolo documentario. Non certo una gran cosa. Ma avevo imparato ad usare la camera e il software del computer. Tutto finì lì. Mi ero tolto una voglia.
Per un bel po' la videocamera rimase sulla mia scrivania tra fogli da scrivere e gli amati libri. Ogni tanto ci giocavo. L'accendevo e cercavo nel mirino immaginarie inquadrature. Finivo fatalmente sugli oggetti che avevo intorno. Abito ad un piano alto e la mia casa è sempre piena di luce, una luce che si modifica di ora in ora. Accendevo, guardavo, mi incantavo. Gli oggetti di tutti i giorni nella videocamera prendevano un'enorme importanza. L'effetto macro li esaltava. Messi insieme costituivano un mondo. Il mio mondo. Ci potevo fare un film. E il protagonista da mettere in relazione con gli oggetti? Abito da solo. Non avevo scelta. Io stesso. E l'antagonista per accendere la scintilla drammaturgica? Quell'altro, quello che vive con ciascuno di noi. Cioè ancora io. Il cast era al completo. Non mi mancava niente. Fu così che feci Doctor Schizo e Mister Phrenic. Un tema semplice, riassunto dal titolo, un tema che tutti conoscono perchè tutti in qualche modo lo vivono.
Alla fine, misi in apertura un cartello con il nome di un'immaginaria casa di produzione. Avendo fatto tutto da solo non poteva essere che la SOLIPSO FILM.

Conoscenza confusa e lontananza creano il mito. Aggiungi il suono di un nome che ti si spalanca in bocca: Salamanca. Famosa Università, Cinquecento e Seicento spagnoli, oscuri ritratti di grandi scrittori chiusi nell'increspatura bianca di alti collari. Il mio mito. Con Miguel de Cervantes Saavedra sullo sfondo.
Eppure una volta ci andai vicino. Di più. Ci pranzai, a Salamanca. Era l'estate del '66. Coperto di polvere sbucai da un labirinto di strade di campagna infocate dal sole. Ero alla ricerca di un "deserto" per il film "Se sei vivo spara", in una macchina di produzione con autista. Ci trovammo a Salamanca, stanchi e affamati. Ricordo un pergolato, ricordo una brocca azzurra, ricordo il suo vino che mi ubriacò. Ripartii subito nel sole e nella polvere senza vedere altro, per cui con gli anni il mito crebbe, nel ricordo confuso di un'occasione perduta.
Ma poi, dopo tanto tempo, forse offesa dall'oblìo, fu Salamanca che venne a me. Si presentò sotto le spoglie di Eloy Santos, un giovane poeta, di Salamanca, là nato e cresciuto, laureato in quella Università. Non potevo credere ai miei orecchi. Lessi avidamente i suoi bei versi castigliani e li interpretai come un messaggio destinato a me. Dovevo celebrare l'incontro e la nuova amicizia! Dovevo soprattutto far sapere a quella Università che avevo recepito il messaggio, che non l'avevo dimenticata, che il mito era ancora vivo. Per questo ritirai fuori la mia videocamera e girai Lettera da Salamanca. In una notte solitaria, a casa mia, ebbi l'onore di parlare con il Cavalier Nada de Nada y Nada che a nome dalla Facoltà di Teologia di quella Università mi comunicò la data della mia morte. Un modo per legare me stesso al mito, per continuarlo indissolubilmente insieme. Tanto più che la data era sbagliata. E il mito, si sa, vive solo di cose sbagliate.
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Tatatatango, par Giulio Questi
Sesso, pallottole e sangue. Tatatatango. Un massacro a casa mia. Un dramma della gelosia. Una donna e tre uomini. Tre cadaveri. Sangue dappertutto. Arriva un commissario di polizia con il suo assistente sciocco. Un caso di difficile lettura. Psicanalisi o indagini scientifiche? Di più, di più. Occorre la consulenza teologica dell'Arcivescovado.
Ho fatto il massimo. Cinque personaggi. Due scatole di pelati per il sangue. Carrelli realizzati con la camera in una vecchia pantofola trascinata sul pavimento con un refe nero. Luce naturale regolata con le imposte delle finestre. Un po' di doppiaggio e rifiniture sonore con il microfono incorporato del computer. Niente cavalletto, macchina piazzata su scaffali, tavolo, scatole di cartone, pile di libri, scaletta a tre gradini. La SOLIPSO al lavoro.
Eppure alla fine ci credi. Sembra un film vero.

Ho fatto una spesa. Ho comprato un braccetto tutto snodabile, estensibile circa un metro, sul quale si può fissare la videocamera. Munito di un morsetto, lo si può stringere al bordo di un tavolo, allo stipite di una porta, a uno scaffale, al tubo di un calorifero, a una qualsiasi sporgenza. Decisa l'inquadratura, si bloccano gli snodi con un semplice giro di manopola. Con questo magnifico ausilio ho girato buona parte di , fotograficamente tutto basato su luce di candela. Durante le riprese la mia casa sembrava un cimitero. Candele accese a rompere il buio di ogni stanza. Esplorazione inquieta delle tenebre con una torcia a pile. Il tutto sufficiente per raccontare l'interminabile notte che mi ero proposto, suggeritami dall'ultimo black-out. Non solo mancanza di elettricità ma deregulation delle sensazioni e dei pensieri, deragliamento della razionalità, trionfo del surreale. L'interno della casa come ultimo territorio di sopravvivenza, anch'esso infettato dalla patologia delle tenebre e della ragione, che devasta il mondo intero. Incubi, visioni, rumori misteriosi. La luce delle candele è maligna: crea paure e fantasmi. Finchè torna l'elettricità. La luce del giorno s'impone e con essa l'illusione di una normalità che non esiste.

Ho messo insieme i quattro titoli e ho realizzato un unico DVD dal titolo SOLIPSO QUARTET. Ha la durata di 1h e 25mn: la durata di un normale spettacolo cinematografico.
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Doctor Schizo e Mister Phrenic, par Giulio Questi
Rimossa la presenza di una realtà scenica abbondante ed articolata, ho l'impressione che si rinforzi l'interiorità dell'espressione. Di pari passo mi spinge nella stessa direzione la limitazione dei mezzi tecnici, per cui mi sento felicemente obbligato ad una sintassi scarna ed essenziale. Tutto ciò mi fa sognare un cinema fatto di solo linguaggio, senza elementi estranei. Un linguaggio senza mediazioni che si fa direttamente contenuto. Scommetto che molti altri prima di me sono caduti in questo tipo di vaneggiamento!

Mi rendo conto che la videocamera mi concede la stessa libertà creativa che mi dà la penna stilografica quando scrivo un racconto. Cambia il linguaggio e cambia la traccia: la luce invece dell'inchiostro.

Ricordo quando giravo i miei film di produzione industriale: il camion del materiale elettrico, il camion dei macchinisti, il camion dell'attrezzeria, il camion del generatore da 100 KW, il camion della sartoria, la roulotte della produzione, la roulotte del trucco, la roulotte dell'attore protagonista, quaranta, cinquanta persone di troupe, cestini per tutti all'ora di pranzo, un gran casino di voci, sopra le quali quella potente del capogruppo che teneva a bada le comparse.
Che silenzio a casa mia con la SOLIPSO FILM! Mangio un piatto di spaghetti cucinato come si deve mentre il computer masterizza il DVD con il mio film. Tra un paio d'ore uscirò e andrò a proiettarlo in una sala con un centinaio di persone. Da casa mia direttamente al consumatore. L'ho già fatto un paio di volte. Il pubblico a bocca aperta, in silenzio. Mi viene da ridere. Funziona!

Mi hanno domandato quali sono i miei autori di riferimento. Non so rispondere. Nel tempo ho visto tanti film, ho letto tanti libri. Ogni stagione della vita ha avuto i suoi amori. Ormai il sedimento è indurito e pressoché insondabile. Ma se in astratto penso a un regista, d'istinto dico Buñuel. Ed è forse significativo il fatto che fra tanti libri quelli che tengo sempre sotto mano leggendoli e rileggendoli sono i racconti di J. L. Borges. Da anni cerco tra le pagine delle Finzioni e de L'Aleph i segreti della sua retorica. Invano. Borges non me ne dà il tempo perché subito mi trascina via con sé. Giulio Questi
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