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Mediterraneo / L’amore e gli stracci del tempo
 
Federica Araco
Ad un anno dal suo fortunato esordio con Rosso come una sposa, Anilda Ibrahimi torna a parlare dei Balcani raccontando di legami eterni messi a dura prova dalle atrocità della guerra.
Milos e Besor sono legati da una profonda amicizia. Stimato docente di medicina l’uno, brillante studente l’altro, entrambi nutrono un profondo amore per la scienza e per le poesie di Simic. I loro figli, Zatlan e Ajkuna, crescono insieme nella grande casa di Pristina. Ormai adolescenti, tra i due nasce un profondo legame affettivo destinato a lacerarsi con l’improvviso scoppio della guerra in Kosovo, nel 1999. Zatlan, serbo, è militare di leva, Ajkuna, kosovara di etnia albanese, è abbandonata al tragico destino di altre centinaia di vittime indifese della brutalità del conflitto: lo stupro etnico. Con l’aiuto di organizzazioni umanitarie, Ajkuna, madre della piccola Sarah, è accolta in Svizzera come profuga dove, completati gli studi, avvia una brillante carriera. Zatlan, invece, giunge a Roma come rifugiato politico. Qui è aiutato da una ragazza dell’ONU, Ines, della quale, nonostante l’iniziale resistenza, finirà per innamorarsi.
Con cruda semplicità Anilda Ibrahimi racconta in modo alternato le vicende dei due protagonisti descrivendo l’insensatezza della guerra, la brutale violenza che lacera la vita degli individui segnandola con ferite così profonde da non poter esser rimarginate. Costretti ad amarsi da lontano, Zatlan e Ajkuna continueranno a vivere per anni nella disperata ricerca l’uno dell’altra. Aggrappati al ricordo di un passato difficile da dimenticare, ma ormai completamente privo di concretezza, si ritroveranno cambiati a tal punto da non riuscire più a riannodare i fili dell’antico sentimento che li univa.
L’amore e gli stracci del tempo fa riflettere sui rapporti di amicizia capaci di mutare il corso del nostro destino. E sull’amore che consente all’uomo di rinnovare eternamente se stesso, in un incessante fluire di vita e di speranza. Un’intervista all’autrice.

Il suo è un romanzo di legami eterni, capaci di sopravvivere alle atrocità della guerra. Ma racconta anche come l’esperienza di un conflitto possa modificare radicalmente l’essenza di un individuo…
In generale i miei romanzi sono di legami eterni, e questo forse è dovuto alla mia formazione culturale che è avvenuta in un paese dove quando si parla di letteratura si pensa subito alle sue radici che affondano nell’epica omerica. Modificare l’essenza dell’individuo? Preferisco usare la parola “reinventare”. Il passato dei miei personaggi non si cancella ma evolve, si reinventa.

Come i protagonisti del suo romanzo, anche lei ha vissuto per un periodo in Svizzera, e da anni vive e lavora a Roma. Può dirci qualcosa del suo rapporto con questi due paesi?
Il rapporto con la Svizzera è stato un rapporto fatto di diritti e doveri, un rapporto chiaro sin dall’inizio, che per tanti motivi è positivo perché sai qual è il tuo posto, ma per lo stesso motivo privo di sorprese e passionalità. Invece in Italia ancora oggi, da cittadina italiana, non so come posizionarmi, qui per forza ci si ritrova con un’etichetta che non è mai la stessa, che cambia da un contesto all’altro da una persona all’altra. Esiste un certo fascino in tutto questo, forse la reinvenzione quotidiana che non è mai noiosa, ma a lungo andare tutto ciò stanca, è come un rapporto d’amore fatto di tira e molla che può essere anche bello ma ad un certo punto ti rendi conto che, correndo dietro i capricci dell’altro, hai perso il resto. Ma per questo, a mio avviso, esiste una spiegazione che sta nelle premesse culturali dei due specifici paesi. La Svizzera non è uno stato nazionale, nasce da una confederazione di popoli diversi accomunati da un ideale che è il rifiuto dello stato nazionale e si basa su una serie di principi giuridici che sono al contempo principi culturali: sostanzialmente una koinè, un Commonwealth di diritto romano. L’Italia, invece, è uno stato nazionale: tierra y sangre. Per conseguenza il presupposto culturale del paese è proprio l’etichettatura, incasellamento che in Svizzera non sarebbe possibile, pena la sua distruzione.

La guerra in Kosovo ha lasciato fratture profonde nella memoria dei popoli coinvolti nel conflitto. Come stanno cambiando, oggi, gli equilibri nello scacchiere balcanico? Quale ruolo si augura possa svolgere l’Albania?
Anilda Ibrahimi
Nel 2009 sono successe tante cose nei Balcani. Prima la Slovenia che aveva bloccato per dieci mesi le trattative per l’ammissione della Croazia nell’UE e poi la Grecia, che non ha mai iniziato le trattative con la Macedonia. Tra l’altro la Macedonia è stata candidata nell’UE dal 2005, quindi giustamente sta in attesa dell’ammissione. Invece Albania e Montenegro restano in attesa per diventare candidati come anche la Serbia e Bosnia Erzegovina. Come vediamo, i Balcani occidentali sono orientati verso una politica europeista che lascerebbe fuori il passato, per motivi ovvi. D’altronde c’è un rinnovato interesse degli americani per il Kosovo. Per rispondere alla domanda, se mettiamo insieme questi aspetti non ci sarà bisogno che l’Albania faccia nulla, perché sono aspetti che portano verso la piena indipendenza kosovara.

Sia Ajkuna che Zatlan soffrono le difficoltà dell’integrazione nei rispettivi paesi d’arrivo. Integrazione che, oggi, sembra diventata una vera e propria chimera per i nuovi migranti, richiedenti asilo o rifugiati politici in fuga verso l’Europa…
Dobbiamo ricollegarci al discorso delle differenze tra Svizzera e Italia , così è più facile comprendere la differente parabola che compiono Zlatan e Ajkuna. L’integrazione di Ajkuna avviene attraverso uno schema che ha a che fare con uno stile di vita, uno spirito di confederazione e di rapporti realizzati. L’integrazione di Zlatan è nel segno della tierra e del sangre. Sono comunque situazioni che desumono dalle temperie degli anni Novanta, già superate dalle evoluzioni di questo primo decennio: se è vero, come è vero, che in Svizzera si stanno facendo referendum sulla religione degli altri e se è vero, come è vero, che in Italia tutto l’apparato burocratico che sovraintende alle problematiche di immigrazione e asilo si sta inesorabilmente strutturando per impedire l’accesso ai nuovi arrivati proprio a quella tierra e a quel sangre di cui parlavamo. Come ci dimostra l’incredibile vicenda dei cosiddetti “ragazzi della seconda generazione”, veri stranieri in patria.

Federica Araco
(27/12/2009)

L’amore tra un giovane serbo e una ragazza kosovara di etnia albanese durante la guerra dei Balcani. Il nuovo romanzo di Anilda Ibrahimi.
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«Cucina greca» © babelmed
«Ceppo» © babelmed
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